Niente scuola per i giudici padani. E’ un ‘no’ definitivo alla scuola di magistratura a Bergamo, tanto cara a Umberto Bossi e Roberto Calderoli, quello arrivato ieri da Roma via raccomandata. Il ministero della Giustizia ha informato l’Opera Sant’Alessandro, proprietaria dei locali in cui doveva tenersi la scuola per gli aspiranti giudici, della volontà di rescindere l’affitto della sede, costato più di un milione di euro a Comune, Provincia, Ministero e demanio. Dal 14 settembre i corsi avranno una sede sola, a Scandicci.

La disdetta del contratto ha fatto innervosire Franco Tentorio, sindaco Pdl di Bergamo, ed Ettore Pirovano, presidente leghista della Provincia. “Io spero solo ci sia l’occasione di fargliela pagare: nessuno ha mai preso in giro la gente bergamasca in questo modo”, ha tuonato il primo, mentre per il secondo si tratta di “un insulto al buon senso, ma anche alla sensibilità e all’attaccamento alle istituzioni della gente bergamasca”.

Dal 2008 al 2010 le due istituzioni hanno speso 240mila euro ciascuna per pagare l’affitto di un’ala del collegio vescovile Sant’Alessandro, struttura rimasta inutilizzata e priva di mobilio. Comune e Provincia avrebbero anche investito altro denaro per compare banchi e armadi pur di garantire il futuro del progetto. Poi dalla fine del 2010 lo Stato si è fatto carico delle spese pagando alla Opera Sant’Alessandro altri 550mila euro. Un totale di un milione e 30mila euro di soldi pubblici finiti alla Curia di Bergamo.

Nelle scorse settimane a Bergamo c’era anche l’intenzione di presentare un esposto alla Corte dei conti, ma ora sembra più probabile che Tentorio e Pirovano chiedano un incontro ufficiale al ministro Severino. L’istituzione della Scuola superiore della magistratura era in progetto dal 2006, quando il governo la istituì con il decreto legge del 30 gennaio. Erano previste tre sedi, per Nord, Centro e Sud. Al Nord la sede sarebbe stata a Bergamo. Il 18 agosto 2010 Bossi la battezzò come “la prima scuola leghista di magistratura del Nord”. “I giudici li educhiamo noi”, aveva detto quel giorno il Senatùr aggiungendo che i magistrati si fanno “i cazzi loro e noi i cazzi nostri”, mentre un tempo tra le due parti scorreva “un certo feeling”. Feeling venuto a mancare negli ultimi mesi.

La proposta era stata spalleggiata da altri due leghisti, l’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli, che da guardasigilli nel settembre 2008 firmò l’accordo con la Curia di Bergamo per l’affitto, e dal bergamasco Roberto Calderoli: “Una scuola di magistratura come quella che aprirà a Bergamo vuol dire la possibilità di avere magistrati padani in Padania, mentre adesso vengono per la maggior parte da fuori”, annunciava trionfalmente nel 2010 esprimendo il Bossi-pensiero: “Io mi sento più sicuro se vado a farmi giudicare da un magistrato che capisce il mio dialetto”, aveva affermato il senatur un anno fa, il 18 giugno 2011, alla presentazione della Scuola mai entrata in attività.

Poco dopo l’insediamento del ministro Paola Severino la situazione è diventata chiara. Il 24 novembre scorso, alla sua prima uscita pubblica in occasione dell’insediamento del comitato direttivo della scuola, il guardasigilli ha evidenziato l’esistenza di “problemi logistici e di sostenibilità finanziaria” per le tre sedi. Poi ha detto di essere “pienamente consapevole che il Csm ha manifestato la sua contrarietà a che le tre sedi siano destinate ad operare con distinte competenze territoriali fondate sulla diversa provenienza dei magistrati da formare”. Il vicepresidente del Csm Michele Vietti preferiva invece differenziare la formazione in base alle sedi. Una soluzione su cui, forse, le istituzioni potrebbero convergere. Soldi permettendo.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Ustica, la verità cercatela a Roma

prev
Articolo Successivo

Caffè Vergnano vince contro Nestlè: sì del giudice alle capsule multicompatili

next