C’erano una volta le saghe editorial-cinematografiche per ragazzi, ragazzini e bimbominkia. C’erano una volta Harry Potter e i vampiri super sexy di Twilight. C’erano una volta, appunto, perché tra libri e cinema sta arrivando qualcosa che spariglia le carte. The Hunger Games (dal 1 maggio al cinema) punta a ridefinire il concetto di saga cinematografica per ragazzi. E lo fa con un piglio maturo, con un approccio distopico, quasi orwelliano.

Il libro di Suzanne Collins, dal quale è tratto il film, adegua le caratteristiche del romanzo adolescenziale ai timori del mondo di oggi e ai suoi fantasmi cultural-mediatici. E allora ecco che lo strumento terribile in mano al regime autoritario diventa il reality show, con la tv che getta la maschera e assume apertamente il proprio ruolo naturale di cane da guardia del regime. Il panem et circenses torna a essere violento e crudele, come ai tempi dei gladiatori e dei leoni, con in più il (dis)valore aggiunto del tubo catodico.

Considerare The Hunger Games come l’ennesimo trucchetto di celluloide per appassionare milioni di ragazzini sarebbe un grave errore. Si può ammiccare alle nuove generazioni anche veicolando un messaggio solido e strutturato. E se così fosse, si tratterebbe di un bel salto in avanti rispetto alle saghe brufolose degli ultimi anni.

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