Destinare il 2% delle risorse dell’Anas alla creazione di piste ciclabili di ultima generazione. Questa è una delle idee lanciate dal movimento Salvaiciclisti per aumentare la sicurezza di chi affronta le strade in sella alla bici. Negli ultimi 10 anni in Italia sono morti 2mila e 556 ciclisti. Vite che potevano essere risparmiate, secondo chi ha lanciato la campagna, semplicemente attuando delle politiche lungimiranti, attente al mondo della ciclabilità. In Italia spesso mancano anche le più elementari infrastrutture e le biciclette sono costrette a viaggiare sulle stesse strade che vengono percorse da auto e mezzi pesanti. Così arriva l’idea di vincolare parte delle risorse che ogni anno vengono raccolte per la realizzazione di nuove strade alla creazione di piste ciclabili attrezzate. “Questa voce che abbiamo inserito negli otto punti è da considerare uno spunto di partenza da ragionare e dettagliare” ha puntualizzato Paolo Pinzuti, uno dei coordinatori del gruppo di blogger che ha lanciato in rete la campagna Salvaiciclisti: “Ovviamente la questione va affrontata in maniera più tecnica”. Insomma, la percentuale indicata è puramente esemplificativa, ma serve a chiarire una volontà: “Chiaro che secondo noi il reperimento delle risorse per la realizzazione di infrastrutture deve diventare sistematico”.

Partire dalle risorse è fondamentale per dare ad un’idea le gambe per camminare, ma ci sono provvedimenti che possono essere presi anche a basso costo. Come quella che riguarda l’introduzione del limite dei 30 km orari sulle strade sprovviste di piste ciclabili. “Una richiesta che non nasce da un pallino – come spiega – esiste già una direttiva del parlamento europeo che esorta gli stati membri ad adottare questa misura, noi vorremmo che venisse applicata”. Ma sono anche le buone pratiche adottate in giro per l’Europa a confortare sulla bontà della proposta: “Una delle prime sperimentazioni sulle zone 30 arrivano dalla Germania. I tedeschi sono estremamente puntuali su queste cose e i dati dimostrano che il limite applicato in maniera rigorosa incide positivamente sulla sicurezza di ciclisti e pedoni”.

Inutile negarlo, di fronte alle limitazioni al traffico veicolare, l’opinione pubblica nostrana tende a storcere il naso. Per pigrizia o abitudine nelle città italiane si finisce spesso per preferire l’auto a mezzi di trasporto alternativi, in barba ai costi e allo stress. “Se prendiamo una città come Milano con la sua storia millenaria non è difficile pensare come sia stata studiata per essere attraversata a cavallo o con dei carri – continua Paolo Pinzuti –. Ad un certo punto qualcuno ha deciso che la città doveva diventare a misura di automobile, ma sullo sfondo è rimasto un problema di logica. Non si può prendere una città e convertirla ad un altro utilizzo. Ora i nodi stanno venendo al pettine, le città non sono fatte per accogliere le automobili. Il limite di 30 km orari, che a molti sembra una follia, dati alla mano è già di gran lunga superiore alla velocità media di percorrenza in città ed è dimostrato per i percorsi inferiori agli otto chilometri la bicicletta è il mezzo più veloce in assoluto”. Insomma, anche e forse soprattutto nelle nostre città, pedalare potrebbe essere bello e il fatto di arrivare tardi a dare una risposta a questa domanda non rappresenta per forza un handicap, c’è tutto un ventaglio di esperienze da cui attingere: “Non è possibile dire quale sia il modo corretto per pianificare una città a misura di ciclista, ciascuna realtà ha esigenze diverse, ma ci sono esperimenti fatti nel Nord Europa che meritano attenzione: corsie preferenziali per bici con spazio maggiore rispetto a quello delle automobili, semafori dedicati e avanzati per non soffocare i ciclisti con i gas di scarico, semafori che permettano la partenza anticipata rispetto alle automobili e tutta una serie di soluzioni che hanno già ampiamente dimostrato la loro efficacia in città modello come Copenaghen e Amsterdam”. Gli esempi di capitali europee virtuose non mancano, ma anche in Italia ci sono realtà sensibili al tema della ciclabilità. Pensiamo a Ferrara o Piacenza, che hanno messo in atto politiche che favoriscono e stimolano l’uso delle due ruote.

Tutto estremamente affascinante, ma come la mettiamo con i costi? Ormai qualunque amministratore locale, in particolar modo di questi tempi di crisi, mette i cittadini di fronte ai bilanci sempre più magri con cui deve fare i conti. E spesso, con tutta la buona volontà, le piste ciclabili proprio non ci stanno. Anche su questo punto il movimento salvaiciclisti non accetta scuse: “Le riforme di cui stiamo parlando non sono estremamente costose. Chiaramente c’è il costo politico di prendere una decisione che potrebbe scontentare qualcuno – spiega Pinzuti -. Imporre i 30 all’ora in città non ha costi elevati, stiamo parlando di sostituire la segnaletica o poco più. Purtroppo se metti le cose in mano agli amministratori locali rischi di scontrarti con piccoli interessi, ci devono chiaramente essere delle direttive a livello regionale o statale che impongano ai sindaci di adottare queste misure”. Insomma, prima rallentiamo le auto, poi penseremo alle piste ciclabili, magari finanziandole attraverso bandi specifici pagati con risorse vincolate.

Allargando lo sguardo si scopre poi che i benefici dell’uso della bicicletta in città superano di gran lunga i costi: “Gli aspetti da considerare sono innumerevoli, dalla ripavimentazione delle strade ammalorate dal passaggio dei veicoli, ai benefici sulla salute di chi si sposta in bicicletta, la gente si ammala meno e aumenta la produttività. Quello che stiamo cercando di fare con il gruppo salvaiciclisti è instaurare un circolo virtuoso: andando in bici risparmiamo dei soldi, non ci prestiamo al ricatto delle compagnie petrolifere e delle case automobilistiche. Esistono mille altre soluzioni che vanno dal trasporto pubblico al car-sharing e passano per la bicicletta”. Una politica che penalizza l’industria dell’auto? “Una sola risposta: riconversione. La bicicletta è un mondo ancora inesplorato con un’economia tutta da inventare e alimetare”.

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