Al Parco San Gennaro in Piazza Cavour, Napoli, alcuni minorenni vicini a certe ‘famiglie’ hanno chiesto il pizzo persino alle mamme e ai bambini per poter utilizzare le giostrine, e per far capire che non scherzavano hanno vandalizzato i bagni e il campetto. A Torre Annunziata un imprenditore del polo nautico minacciato da due diversi clan camorristici, i Gallo e i Gionta, che si contendevano il controllo della stessa zona, è stato costretto a pagare ben quindici volte. Nell’area vesuviana la cosca dei Fabbrocino si era inventata una forma sofisticata di taglieggiamento: si faceva consegnare gratis dai commercianti pregiati tagli di stoffe, costringeva i sarti a confezionarci abiti di lusso, e li rivendeva a prezzi altissimi.

All’industria del racket in Campania non mancano il potere intimidatorio e la fantasia imprenditoriale. Anche in periodi di crisi, anche quando le imprese soffrono e i negozianti arrancano, si inventa qualcosa di nuovo per incrementare gli utili della Camorra spa. Perché il pizzo ha un duplice ed irrinunciabile scopo. Da un lato, serve a pagare gli stipendi degli ‘affiliati’, mantenere le famiglie dei carcerati e liquidare gli onorari degli avvocati. Dall’altro, contribuisce a perpetuare l’omertà, a imporre silenzio, paura, soggezione. Il terreno sul quale i clan incrementano il proprio peso sul territorio e così creano le condizioni per altri traffici illeciti, a cominciare dallo spaccio di droga.

E’ uno scenario da incubo, dai costi sociali altissimi, quello tratteggiato dal rapporto di Sos Impresa sul controllo criminale delle attività imprenditoriali in Campania. Dove ogni anno sono circa 50mila le imprese commerciali e turistiche colpite a vario titolo dalla delinquenza di strada e da quella organizzata. Negli ultimi 5 anni, stritolate dalla malavita, hanno chiuso i battenti oltre 10 mila imprese campane. L’intero sistema imprenditoriale locale ha subìto danni per circa 4,5 miliardi di euro, il 4,5% del Pil della Regione. Che raddoppia se si aggiungono i profitti del traffico di stupefacenti. Un prelievo gigantesco. Una tassa occulta che pochi hanno il coraggio di evadere. Risorse che alimentano la criminalità, inquinano la società, alterano le regole del libero mercato. “Ciò che colpisce – scrivono gli estensori del rapporto – è che questi dati, avvalorati da altre ricerche e da Centri Studi, attraversano il dibattito dei decisori politici, a Roma come a Napoli, senza produrre un adeguato livello di allarme sociale”.

Secondo le tabelle diffuse da Sos Impresa, il racket ha colpito 32.000 commercianti, l’usura 40.000. Ben 30.000 negozianti sono stati vittime di furti e rapine (in pratica, in Italia una rapina su tre avviene in Campania), e 30.000 di truffe. Il pizzo colpisce ovunque. E le tariffe galoppano più veloci dell’inflazione. Nel 2009 a Napoli un banco al mercato ‘versava’ dai 5 ai 10 euro. Ora è costretto a sborsarne 15. L’estorsione praticata a un negozio è salita dai 100-200 euro di allora, ai 500 attuali. Che salgono a 1000 se l’esercizio è di quelli centrali o di lusso. Un supermercato si è visto aumentare la ‘tariffa’ da 3000 a 5000 euro. E se nel 2009 un cantiere per lavorare ‘tranquillo’ concedeva una mazzetta del 2-3% sull’appalto, ora quella quota è salita al 5-7%.

E’ cambiato anche il modo di chiedere i soldi. I ‘signori’ si presentano con un volto morbido, quello della collusione. Sanno che agendo così scongiureranno forme di allarme sociale e di ribellione. Che comunque spesso, purtroppo, passano sotto silenzio o in tono minore. Come la curiosa e clamorosa protesta degli ambulanti abusivi del mercato rionale di via Mancini, a Napoli. Costoro hanno scioperato contro l’aumento della ‘tangente’: era salita a 100 euro a settimana, rispetto alle consuete 20 pagate fino a dicembre scorso.

Sembra un episodio di colore. Grave comunque. Ma nulla in confronto a quel che ha dovuto subire un commerciante finito nelle grinfie del clan Moccia, egemone ad Afragola. L’uomo, costretto a pagare il pizzo ai clan, per uscire dalle difficoltà economiche si era rivolto agli usurai per un prestito di 50.000 euro. Finendo in un vortice di pagamenti impossibili, in cui, tra minacce e violenze, in tre anni è stato costretto a restituire 300.000 euro, sei volte la somma ricevuta in prestito. Pizzo e usura sono spesso reati collegati. Due ‘rami d’azienda’ della camorra spa. Che ovviamente punta con decisione alle zone ricche e borghesi partenopee. Il 26 maggio 2011, in piena campagna elettorale per le amministrative, una bomba ha sventrato il bar Guida, nel lussuoso quartiere di Chiaia, a Napoli. Il locale era fresco di ristrutturazione. “Nei quartieri come Chiaia dove ci sono affari il fenomeno del racket è storicamente molto diffuso. Ma una bomba in via dei Mille non si mette a cuor leggero. Se si è arrivati a tanto, forse è stato detto no a una richiesta estorsiva. E quando ci si oppone da soli, si finisce per diventare un bersaglio” commentò Luigi Cuomo, coordinatore nazionale di Sos Imprese e coordinatore campano della Rete per la Legalità.

“Il fenomeno del pizzo,a Napoli e provincia, fa comprendere anche la situazione dei clan – spiega Cuomo – nelle zone dove gravitano quei gruppi che, nella loro storia criminale, hanno fatto dell’estorsione la loro attività principale e dove vi sono i clan minori, satelliti dei gruppi più strutturati, la richiesta del pizzo è a tappeto. Al contrario, quando l’estorsione è solo una parte dell’attività criminale del clan, la richiesta è una tantum. Fanno parte del primo gruppo Soccavo, Bagnoli, Ponticelli e Pozzuoli”. La camorra napoletana, anche se sembra mantenere un basso profilo rispetto a quella casertana, mantiene un dominio che non è solo criminale, ma anche economico, sociale e persino di modelli e stili di vita (anche producendo quegli incredibili videoclip di neomelodici che inneggiano ai boss). Eppoi esiste un altro tipo di racket. A Marano e Giugliano il pizzo in senso stretto non esiste. “Questo – afferma Cuomo – perché i clan hanno un controllo quasi totale dell’economia locale, che esercitano attraverso un’imposizione massiccia di merce e manodopera”.

Allora non c’è da meravigliarsi se diminuiscono gli investimenti nel meridione. Frenati dalla certezza che operare in Campania significa affrontare il problema della corruzione nella pubblica amministrazione e della collusione di certa politica con i clan. “Fare impresa a Napoli – si legge nella relazione – non è la stessa cosa che farla a Treviso, e non è solo una questione di infrastrutture, burocrazia e credito. Oggi ancora non si interviene efficacemente nelle concrete relazioni economiche che si determinano tra imprese e camorra, non si rende conveniente il rifiuto all’imposizione estorsiva. In molti casi oggi risulta più conveniente accordarsi con la camorra piuttosto che contrastarla”. Per fortuna ci sono delle eccezioni. Come la giunta de Magistris, che ha approvato una delibera, ispirata dall’assessore ex pm antimafia Narducci, per istituire una lista di ‘imprese virtuose’ che hanno denunciato il racket, alle quali assegnare direttamente alcuni appalti. E fa sperare la ribellione collettiva delle vittime di Pianura, di Battipaglia, di Portici e di Ercolano, dove trenta tra commercianti ed imprenditori hanno denunciato le attività estorsive del clan Ascione-Papale, dando il via a un’inchiesta culminata in 21 arresti. Il processo è in corso e i commercianti insieme a Sos Impresa si sono costituiti parte civile. Insomma, qualche buona notizia c’è. E presto ce ne saranno altre. Tra pochi mesi riaprirà a Portici, al Porto del Granatello, il ristorante Ciro a Mare. Era stato distrutto da un incendio nel gennaio 2009. I ristoratori, che avevano subito ben quattro attentati e volevano smettere per sempre dopo aver affisso un lenzuolo con la scritta ‘Chiuso per camorra’, hanno trovato la forza di ricominciare grazie all’associazionismo antiracket. Raffaele Russo, uno dei titolari, ha annunciato: “Quando riapriremo, apporremo un lenzuolo con su scritto ‘Aperto per la legalità’”. La camorra delle estorsioni si sconfigge anche così.

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