Un altro venerdì di sangue per il regime di Bashar al-Assad, che continua la repressione nei confronti della resistenza. Secondo il Supremo consiglio della rivoluzione, una delle sigle degli attivisti in rivolta, il bilancio delle persone uccise oggi sale a 56, di cui 39 solo a Homs. La città della Siria centrale è da giorni sotto il fuoco delle forze governative e ieri, a causa degli attacchi dell’esercito, hanno perso la vita in 127. A loro si aggiungono le vittime delle esplosioni che stamani si sono registrate in un duplice attentato ad Aleppo che, secondo i Comitati di coordinamento locali degli attivisti, hanno fatto 13 morti e un numero imprecisato di feriti.

Mentre la comunità  internazionale è sempre più divisa sulla crisi siriana, nel Paese si continua a morire. Ad Aleppo gli ordigni sono esplosi contro la sede dei servizi segreti militari e contro una caserma delle forze di sicurezza. Il Libero Esercito Siriano, le forze dell’opposizione ad Assad formate da soldati disertori, si é spaccato sulla responsabilità. Il comandante del Les, il colonnello Riad al Asad, ha rivendicato l’azione con l’agenzia spagnola Efe, sostenendo che si tratta di “una risposta al bombardamento del regime contro Homs”. Dopo poco un portavoce dello Stesso Les, il colonnello Maher Nouaimi, sentito dalla France Press, ha invece accusato il regime di Assad di essere responsabile del massacro: “Lo hanno fatto per distogliere l’attenzione da quello che stanno facendo ad Homs”, la città martire in cui sono stati uccisi secondo gli attivisti oltre 400 persone. La prima a dare la notizia è stata la tv di Stato, voce del regime, che aveva incolpato gruppi “terroristi”, la dizione con cui abitualmente indicano gli attivisti anti-Assad. Ad Homs intanto i carrarmati di Assad hanno nuovamente preso d’assalto alcuni dei sobborghi di Homs, già martellati dall’artiglieria nei giorni scorsi. Lo riferiscono gli attivisti anti-Assad secondo cui i carrarmati “sono entrati nella notte nel sobborgo di Inshaat”.

Oggi i soldati hanno effettuato rastrellamenti casa per casa. Sul fronte diplomatico c’è la condanna dell’Ue: il presidente del Consiglio, Herman Van Rompuy, ha accusato il regime di Assad di esseri macchiato di “oltraggiose ed inaccettabili atrocità contro il suo stesso popolo”.  Da Riad ha fatto sentire la sua voce il sovrano saudita, re Abdullah, secondo il quale il veto posto sabato scorso da Russia e Cina alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva a Assad di farsi da parte in Siria, “fa vacillare” la fiducia del mondo nelle Nazioni Unite. La Russia, infine, non arretra di un passo dal sostenere senza remore il regime di Bashar el Assad. Il vice ministro degli Esteri, Serghei Ryabkov, ha accusato l’opposizione di portare sulle sue spalle “la piena responsabilità di non voler far migliorare la situazione” e l’Occidente di essere loro “complice nell’infiammare la crisi”, spingendo gli attivisti verso un aperto conflitto armato.

Secondo il Washington Post, l’inasprirsi della crisi in Siria riaccende i timori sull’arsenale di cui dispone il presidente Bashar al-Assad, che comprenderebbe anche “agenti chimici letali”. L’ipotesi che Assad decida di mettere mano a queste risorse, per molti comincia a farsi concreta, tanto da spingere le organizzazioni che gestiscono i campi dei profughi siriani in territorio turco a dotare i loro ospiti di maschere antigas. Il campanello d’allarme, come ha riferito oggi l’inviato della tv satellitare al-Jazeera, è stato il massiccio schieramento di militari siriani lungo il confine con la Turchia, a ridosso del quale si trovano i campi profughi. Ma l’allarme non riguarda solo l’uso che Assad potrebbe fare delle sue armi chimiche.

Intanto il viceministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov ha riferito che forze speciali del Qatar e della Gran Bretagna agiscono in territorio siriano e ha così confermato le voci che già circolavano a riguardo sui media internazionali. La notizia, però, è stata subito smentita dal Foreign Office inglese.

(E.B.)

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