Non finirà in carcere, né tornerà libero. Resta tutto così com’è per il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino, per il quale il tribunale del Riesame di Firenze ha confermato gli arresti domiciliari. La decisione, contenuta in uno stringato dispositivo, è stata comunicata in tarda mattinata all’avvocato difensore, Bruno Leporatti. Per le motivazioni, dalle quali emergerà la linea seguita dal collegio, si dovrà attendere invece la scadenza dei termini fissata per il 9 febbraio. E’ chiaro fin da subito, comunque, come sia stata confermata nella sostanza la linea dell’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari Valeria Montesarchio che aveva scelto proprio questa misura restrittiva.

Nonostante sia stato respinto anche il ricorso della difesa, oltre a quello della procura che chiedeva la custodia cautelare in carcere, il legale di Schettino è visibilmente soddisfatto. “Il sistema giudiziario italiano funziona – ha commentato – i giudici del Riesame hanno applicato la legge senza farsi suggestionare né condizionare dall’opinione pubblica”. L’arresto del capitano avvenne il giorno dopo il naufragio del 13 gennaio e, successivamente, il Gip decise per gli arresti domiciliari. Scelta che fece clamore, sollevando fin dalle prime ore numerose critiche in un’ampia parte dell’opinione pubblica. E che oggi però è stata confermata anche dal collegio del Riesame di Firenze. Con quali motivazioni, comunque, è tutto da vedere. Intanto, all’audizione in Commissione Lavori Pubblici al Senato il prefetto Franco Gabrielli, commissario per l’emergenza all’Isola del Giglio, ha reso nota la possibilità che i corpi di alcuni dei 15 dispersi possano trovarsi incastrati tra il fondale e lo scafo della Concordia.

Quando la nave ha subito un’inclinazione prima di adagiarsi sulla scogliera potrebbe essersi verificato, ha riferito, quello che viene detto “effetto aspirazione”. In quell’istante qualcuno potrebbe essere stato spinto con forza fino al fondo rimanendo così incastrato tra scafo e gli scogli sommersi. La dinamica troverebbe riscontro anche dai racconti di alcuni membri dell’equipaggio sopravvissuti alla tragedia, ha spiegato sempre Gabrielli. Alcuni di loro, la sera del 13 gennaio, mentre cercavano di risalire a nuoto i corridoi della nave venivano trascinati indietro “come se ci fosse una forte corrente a tirarli verso il basso”. E’ a quel punto che l’azione dei membri dell’equipaggio presenti è stata determinante, fondamentale per salvare altre vite.