È la speranza di avere una boccata di ossigeno quella che l’ennesimo tavolo romano, al Ministero dello sviluppo economico, regala alle operaie dell’Omsa. Il gruppo Golden Lady, proprietario del calzificio di Faenza, chiederà la prosecuzione della cassa integrazione in deroga, oltre il 14 marzo 2012.

In quella data le 239 donne dell’Omsa sarebbero state licenziate. Ora in loro una speranza si è accesa, se non altro di prendere tempo, fintantoché non sarà chiaro se l’acquirente in trattativa per l’acquisto del sito produttivo sta facendo sul serio.

A ciò va aggiunto che l’eventuale concessione della deroga interromperebbe il provvedimento della mobilità, avviato il 27 dicembre scorso.

All’incontro ministeriale erano presenti Federico Destro per la Golden Lady, l’Ing. Marco Sogaro per l’advisor Wollo, il rappresentante del Mise Gianpiero Castano, l’assessore alle attività produttive dell’Emilia Romagna Giancarlo Muzzarelli, il sindaco di Faenza Giovanni Malpezzi, il vicepresidente della Provincia di Ravenna Gianni Bessi e le rappresentanze di Cgil, Cisl, Uil nazionali, assieme ad altre delegazioni territoriali.

La Golden Lady, siglando il verbale di riunione, si è impegnata davanti alle istituzioni e ai sindacati non solo a ottenere il prolungamento degli ammortizzatori sociali, ma anche a proseguire la trattativa per la riconversione del sito.

Si terrà il 15 febbraio l’incontro al ministero per verificare il piano industriale di rilancio del nuovo imprenditore, il cui nome ancora non è dato sapere.

Due risultati importanti che smuovono una situazione in stallo da tempo. Con gli accordi presi non si è certo vinta la guerra, ma una piccola battaglia forse sì.

È Samuela Meci, della Filctem Cgil di Faenza, a chiarire che cosa rappresenta per il sindacato quest’ultima tappa della vertenza: “Di fatto non c’è il ritiro formale della lettera di licenziamento, ma una dichiarazione di disponibilità avvallata da un impegno firmato dalla proprietà e questo è un piccolo passo avanti”. Di “passo avanti” parla anche Muzzarelli che fiducioso chiosa: “È stato avviato un percorso che consente di ricostruire garanzie e prospettive per il lavoro a partire dagli ammortizzatori”.

Sul fronte della riconversione la sindacalista afferma che “le istituzioni continuano a sostenere di non avere il mandato per svelare chi sia l’imprenditore che si è fatto avanti. Castano d’altra parte garantisce per il ministero di averlo incontrato, ma è chiaro che noi, come sempre, fintantoché non vedremo non crederemo”.

“L’acquirente è serio e concreto” ribadisce il sindaco faentino Malpezzi, ma il progetto di reindustrializzazione, presentato alle istituzioni richiede risorse finanziarie attualmente non facili da reperire, in una situazione in cui il sistema bancario è in forte crisi di disponibilità verso il credito. L’investimento è significativo e oggi reperire 18-20 milioni di euro non è semplice”. Quello stimato dal sindaco sarebbe il costo “per l’acquisizione dell’intero sito, la ristrutturazione, il rifacimento di impianti per lo scopo produttivo che è diverso da quello attuale e per l’acquisto di nuovi macchinari”.

Seppur cautamente sembra che tra le operaie ci sia ancora la voglia di nutrire un po’ di speranza, tuttavia –prosegue Meci, portavoce della loro protesta: “Non siamo completamente soddisfatte, nel senso che l’azienda continua a dimostrarsi arrogante, vuole fare quello che le pare ed è ovvio che questo non va bene”.

Suonano ancora troppo fresche le parole di Nerino Grassi. Il proprietario della Golden Lady, in una recente intervista alla Gazzetta di Mantova, ha fatto rimpiangere alle sue dipendenti faentine il lungo silenzio nel quale si era chiuso.

“Non siamo brutti e cattivi – dice Grassi e rivolgendosi al giornalista della Gazzetta prosegue – crede che sia stato facile per noi prendere decisioni come questa? Licenziare è doloroso, ma ho dovuto farlo per evitare il declino del gruppo anche nel mantovano. I consumi sono in calo e abbiamo dovuto cercare nuovi mercati all’est. Dazi, energia e costo del lavoro in Serbia sono per noi un’opportunità”. Resta allora da capire che cosa intenda Grassi per “opportunità”: la sopravvivenza aziendale o piuttosto la ricerca del massimo profitto?

Il gruppo Golden Lady continua a vantare un fatturato intorno ai 620 milioni di euro e intanto Grassi si dice addolorato del licenziamento collettivo, impacchettato ben bene sotto l’albero del Natale scorso. Il tentativo è forse quello di riabilitare, in zona Cesarini, l’immagine della sua azienda, parzialmente compromessa agli occhi di molti italiani, che la stanno boicottando. Per i sindacati non c’è dubbio: la manifestazione compassionevole di Grassi “arriva fuori tempo massimo e si tratta di lacrime di coccodrillo”.

Il patron di Omsa analizza diversamente la situazione aziendale: “Gli accordi passati dimostrano che tutte le parti hanno riconosciuto le evidenti ragioni che imponevano la cessazione dell’attività produttiva, per cui questa non è frutto di decisione o di volontà lesiva dei diritti dei lavoratori, ma è imposta dalla congiuntura economica ed è condizione irrinunciabile, ripeto irrinunciabile, per la sopravvivenza competitiva del gruppo”.

“Le dichiarazioni di Grassi sono allucinanti –replica Meci. Dovrebbe andarsi a rileggere quello che diceva nel 2005: quando ha inaugurato gli stabilimenti serbi aveva anche garantito che la filiera produttiva sarebbe rimasta in Italia. Questo non è successo, quindi lui non può affermare che tutta questa manovra sia fatta per tenere solido il gruppo Golden Lady, quando in verità è mirata al licenziamento dei dipendenti. Per tenere solido il suo gruppo lui delocalizza e uccide gli stabilimenti di Faenza e Gissi. Se davvero gli dispiaceva così tanto licenziare le sue dipendenti –conclude Meci- avrebbe potuto adottare i contratti di solidarietà, coi quali avrebbe permesso a tutte di lavorare, anche se per meno ore”.

Anche il sindaco Malpezzi interviene a proposito dell’intervista rilasciata da Grassi: “Per parte mia – commenta –  non posso certo condividere la scelta di delocalizzare la produzione e credo che un’impresa debba esercitare anche un ruolo di responsabilità sociale sul territorio e quindi farsi carico delle conseguenze delle sue scelte imprenditoriali, che non possono essere lasciate solo alla collettività”.

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