L’orrore del campo rom bruciato a Torino e l’assassinio di Samb Modou e Diop Mor a Firenze hanno riportato al centro dell’attenzione il problema del razzismo in Italia. Gli italiani sono razzisti? I media riproducono senza volerlo impliciti razzisti sbagliando titoli e fraseggi? O stare attenti in modo esagerato a come si parla rischia di produrre forme di ipocrisia linguistica, come a volte accade con il linguaggio politically correct?

Sabato 10 dicembre La Stampa titola «Mette in fuga i due rom che violentano la sorella». Il giorno dopo, quando si scopre che lo stupro è inventato, il quotidiano si scusa «con i lettori e soprattutto con noi stessi» per aver scritto «due rom». Analogamente dopo la tragedia a Firenze: in poche ore sui social network i commenti che accusano i media di razzismo involontario sono migliaia. Molti chiedono di non usare neppure la parola «senegalesi», ma di chiamare i due uomini uccisi per nome e cognome: Samb Modou e Diop Mor. Si chiede cioè di considerarli individui, persone.

L’attenzione al linguaggio è importante: le parole possono tradire impliciti, scale di valori, emozioni, di cui chi parla a volte non si rende conto. Perciò un uso controllato delle parole è fondamentale, specie da parte di chi ci lavora, come i giornalisti.

Ma combattere il razzismo non si fa solo evitando o correggendo certe espressioni. Si fa anche con questo, non solo. È un lavoro culturale più ampio, che parte dal sistema educativo (tutto: dalle materne alle università) e arriva ai media in senso lato, cioè non solo giornali e tv, ma cinema, videogiochi, letteratura di massa, internet.

Perché dico questo? Perché credo che in Italia il problema fondamentale non sia tanto il razzismo, quanto l’ignoranza: la nostra società si fa sempre più mista e noi non ne sappiamo nulla. La nostra società è destinata a vedere accelerare – per fortuna – i fenomeni di immigrazione e noi pensiamo boh? Senza neanche capire quanto per esempio i giovani immigrati contribuirebbero a invertire la tendenza all’invecchiamento della popolazione italiana. E quanto, in prospettiva, ci aiuterebbero a risolvere il problema delle pensioni, un domani non troppo lontano.

Ma tornando a Torino e Firenze: poco e niente si sa dei rom, né dei senegalesi che vivono in Italia. Se sai poco o nulla di qualcuno, della sua quotidianità, della sua storia, fai fatica a considerarlo un individuo, e tendi a trattarlo come esempio di un insieme. Questo hanno fatto i media coi titoli. Questo fanno molte persone. Ma questo capita indipendentemente dal colore della pelle e dall’etnia: se non sai nulla di chi hai davanti, lo tratti ingabbiandolo nello stereotipo che la sua apparenza fisica (fisionomia, vestiti, ecc.) e il suo comportamento richiamano. Che lo stereotipo riguardi il genere, l’età, la religione, il paese di provenienza o l’etnia, sempre stereotipo spersonalizzante è.

Con questo non voglio negare le sacche di razzismo e neonazismo che in Italia ci sono e vanno controllate, arginate, eliminate. Ma concentrarsi troppo su quelle, come accade dopo fatti di cronaca tragici, rischia di farci perdere di vista il lavoro culturale più ampio. Che è di conoscenza, innanzi tutto, più che di ripetizione di slogan buonisti e frasi politicamente corrette. Conoscenza di chi viene da «altrove»: storie, sogni, abitudini, somiglianze e differenze. Ma anche problemi, difetti, cose che non ci piacciono. Perché l’accettazione dell’«altro» comincia quando ammettiamo che dell’altro non tutto ci piace, non tutto è bello, colorato e gioioso. E anche se non ci piace, va bene così.

Per approfondire:

Vu cumprà, dentisti e donne: razzismo, sessismo o corporativismo?

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