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Federalismo: l’abisso tra Calamandrei e la Lega

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Sono fitte in questi giorni le discussioni con gli amici, quelli veri, oppure quelli virtuali, ad esempio di Facebook. Ci sentiamo tutti come ad una vigilia. Si parla di politica. E per quanto possa essere consolatorio discutere con chi la pensa come te, arricchisce molto anche discutere con chi non la pensa come te o con chi la pensa esattamente al contrario. In tutto questo mare virtuale di idee, confuse certo, ma anche interessanti e però indistinguibili e a volte chiassose, sembra difficile udire le voci che aggiungono qualcosa. Le voci che aggiungono un’idea, una sensazione, senza gridare, senza voler essere accattivanti, senza eccitare.

Una di queste voci a mio avviso è quella di Piero Calamandrei, uomo dell’800, morto nel 1956, costituzionalista e del quale si può dire senza abusare dell’espressione “libero pensatore”. Ad esempio leggo dall’instant book di fresca pubblicazione Lo Stato siamo noi (Chiarelettere) ciò che lui dice del federalismo: “La libertà è indivisibile, basta che sia minacciata in una sola città, perché subito si trovi in pericolo in tutti i continenti… I popoli saranno veramente liberi quando si sentiranno anche giuridicamente “interdipendenti”. Il federalismo, prima che una dottrina politica, è la espressione di questa raggiunta coscienza morale della interdipendenza della sorte umana.

Quando leggo questo penso alla distanza abissale con chi parla oggi di federalismo che parte dall’idea esattamente opposta, di compartimenti stagni, penso all’illustre trevigiano Gentilini che a dispetto del proprio cognome ha dichiarato: “Voglio eliminare tutti i figli dei zingari”, penso al leghista Cavallotto, che in Liguria gioisce perché l’alluvione fa sgomberare i campi nomadi, penso che costoro non abbiano capito nulla del federalismo di cui si riempiono la bocca e che spesso anche noi usiamo frasi e parole copiaeincolla senza averle capite.

Parlando dell’Italia come di una “Repubblica pontificia”, lui che ha fatto parte dell’assemblea costituente dice che “se si dovesse poi scoprire che in Italia i cittadini professanti una certa religione hanno diritti maggiori degli altri, o che i cittadini seguaci di una certa opinione politica hanno diritti minori degli altri o addirittura non ne hanno alcuno, bisognerebbe allora concludere che la democrazia scritta sulla Carta costituzionale è una menzogna”. Non posso non pensare alle mille disparità che questo Paese è riuscito a mettere insieme nei 60 anni che sono trascorsi da quando Calamandrei diceva questo.

Certo, può sembrare retrò ascoltare una voce dell’800 per cercare strumenti adatti ad affrontare i complicati temi che ci stanno davanti, ma quando un Paese va in retromarcia, credo che occorra ascoltare anche le voci di chi ci ha preceduti e non è stato ascoltato da chi ha provocato il disastro che abbiamo davanti agli occhi.




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