Pochi giorni fa ho partecipato al Job Meeting organizzato a Bologna, su invito di Eleonora Voltolina della Repubblica degli Stagisti. L’incontro aveva un titolo provocatorio ma alquanto diretto: “Si può mangiare con la filosofia o la semiotica?”. Ho parlato ad una platea di un centinaio di giovanissimi, soprattutto studenti di Scienze della Comunicazione. Ho raccontato la community dei wwworkers, ovvero dei nuovi lavoratori della Rete, coloro che hanno scelto di lasciare il posto fisso mettendosi in proprio e facendo business grazie alle nuove tecnologie.

Prima del mio intervento Giovanna Cosenza, nota blogger e docente di Semiotica all’Università di Bologna, ha ricordato come da qualche tempo tutti se la prendono con i corsi di Comunicazione: già nel gennaio 2011 a Ballarò Maria Stella Germini denigrò questi studenti dichiarando che “In Italia servono profili tecnici competenti, invece di tanti corsi di laurea inutili in Scienze della Comunicazione o in altre amenità. Servono profili che incontrino le esigenze del mercato”. Qualche giorno fa Maurizio Sacconì ha dichiarato nel salotto di Vespa (sic) che “Il problema dei giovani è che spesso non vengono seguiti dai genitori, che consentono loro di iscriversi a facoltà universitarie come Scienze della Comunicazione”. Ad onor di cronaca persino una puntata dei Simpson si dedicò all’omologo americano del corso di laurea italiano.

Però i dati occupazionali sui laureati in Comunicazione raccontano qualcos’altro: alcuni mesi addietro evidenziò questo aspetto la stessa Giovanna Cosenza in un suo post molto commentato e frutto delle analisi dall’autorevole osservatorio AlmaLaurea: l’87% dei laureati in Comunicazione nel 2004 a cinque anni dalla laurea aveva trovato un lavoro (la media nazionale era l’82%). Nel 2008 (in piena crisi) il dato dei laureati triennali con un lavoro si attestava al 49% (rispetto alla media nazionale del 42.4%). Come è stato affermato durante l’incontro, oggi il problema non è solo occupazionale, ma anche di inflazione dell’offerta formativa. Nel 1992 c’erano 4 corsi di laurea in Scienze della Comunicazione attivati in Italia: Siena, Bologna, Roma e l’università della Calabria. Oggi i corsi afferenti sono circa 150.

Al netto della difficoltà di districarsi in una giungla formativa complessa, c’è da dire che le occasioni professionali si sono moltiplicate, basta soltanto non percorrere sentieri già battuti dal giornalismo tradizionale. Al netto degli ancora numerosi abusi perpetuati ai danni della categoria dei (neo)giornalisti e comunicatori, c’è smarrimento ma anche molto fermento. Cosi ha scritto il direttore de “La Stampa” Mario Calabresi nel suo nuovo libro “Cosa tiene accese le stelle”: “Oggi il mondo della comunicazione è un mare vasto il doppio. Si sono moltiplicate piattaforme, tv, uffici stampa, s’è allargato il mondo. Il problema è che siamo spaesati, dobbiamo imparare a scoprirlo, capire le nuove direzioni e le nuove opportunità”. Sono d’accordo con lui.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Da Emi a Ims. E da lì al fallimento
Così muore il “disco” in Italia

prev
Articolo Successivo

Berlusconi, gerontocrate a corrente alternata

next