Lui, libero professionista di 40 anni, è italiano e lui, disoccupato di 30, è uruguayano. Sono marito e marito dall’anno scorso, dopo un matrimonio celebrato a Palma di Maiorca (Spagna) dove le unioni civili tra persone dello stesso sesso sono riconosciute dalle legge. Non accade però in Italia e al rientro a Reggio Emilia, dove la coppia risiede, ecco il problema: la Bossi-Fini, quella sull’immigrazione, che vieta per il tramite della questura la concessione del permesso di soggiorno per motivi familiari al giovane latino-americano (e dunque non comunitario).

Nel rigetto firmato dal questore Domenico Savi, si citano due sentenze della Corte Costituzionale che ribadiscono l’invalidità del matrimonio tra gay. E se la notizia del ricorso contro questo “no” è già ufficiale con tanto di nome del giudice civile a cui è stato assegnato, Domenica Sabrina Tanasi, la battaglia perché il permesso di soggiorno venga concesso si svolgerà anche su altri piani.

Lo Giudice (Arcigay): “Violato il diritto di uguaglianza”. Da un lato la mobilitazione delle associazioni per i diritti civili. Come la radicale “Certi diritti” che denuncia la violazione del “trattato di Nizza sulla libera circolazione e di Lisbona sulla lotta alle discriminazioni”. E concorda Sergio Lo Giudice, presidente onorario dell’Arcigay oltre che consigliere comunale per il Pd a Bologna, neosposo che è andato lo scorso agosto fin in Norvegia per contrarre matrimonio con il suo compagno.

“Il nostro Paese è in piena violazione del diritto di uguaglianza”, dice Lo Giudice. “Ma c’è di più: se un cittadino spagnolo, sposato, si trasferisce in Italia, a lui il ricongiungimento viene riconosciuto”. Sull’esito della battaglia legale al via il politico non è ottimista, almeno per quanto riguarda l’esito immediato. “È probabile che alla coppia in questione verrà dato torto, ma apre il varco a una battaglia all’arretratezza legislativa e culturale italiana. Si tenga in considerazione una specie di precedente accaduto a Venezia: due coniugi avevano chiesto la semplice pubblicazione degli atti in Comune e pur essendo costretto a negargliela, il giudice si appellò alla Corte Costituzionale perché questa limitazione individuale viola il diritto costituzionale al matrimonio”.

Il sottosegretario Giovanardi: “La questura ha agito nel rispetto delle leggi”. Piccoli passi, forse più formali che sostanziali, che tuttavia si scontrano con la situazione attuale. Per Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri con delega alle politiche per la famiglia, non c’è dubbio: la questura di Reggio Emilia ha agito come doveva perché la richiesta di permesso di soggiorno rientra, leggi alla mano, nell’ambito dei “diritti non esigibili”. E così rimarrà fino a quando “non verrà modificata la Costituzione”. In merito al ricorso, inoltre, il pronostico del sottosegretario rimane un “niente da fare”: in Italia certe richieste non possono essere esaudite.

“In tutto l’ordinamento europeo”, ha spiegato Giovanardi, “il diritto di famiglia e tutte le relative applicazioni sono materia esclusiva degli Stati nazionali. Dunque quello che è applicabile in nazioni che riconoscono determinati istituti non è applicabile laddove questi istituti non sono riconosciuti. La questura di Reggio Emilia ha rispettato la normativa italiana e non poteva fare altrimenti perché le questioni sono due. Da un lato il parlamento italiano dovrebbe modificare la Costituzione, passaggio obbligato per introdurre il riconoscimento delle unioni civili tra gay, e allora la richiesta fatta potrebbe essere ammissibile. Ma dall’altro, finché c’è questo principio costituzionale e finché permane questa normativa in Italia, qui non sono applicabili alternative”.

Condizione, questa, che per Giovanardi resterà tale, almeno fino a quando sarà valida l’attuale legislatura. “Che sappia io non c’è nessun gruppo parlamentare, neanche dell’opposizione, che ha presentato progetti di riforme di questo tenore”.

di Antonella Beccaria e Ilaria Giupponi