Qualche giorno fa il governatore di Bankitalia Mario Draghi ha detto: “La crescita economica non può fare a meno dei giovani né i giovani della crescita”. E alla vigilia delle manifestazioni degli indignados di sabato ha fatto sapere di comprendere perché i ragazzi siano così arrabbiati. Basta leggere il rapporto della Caritas e della Fondazione Zancan sulla povertà, anticipato ieri, per capire le dimensioni del problema. Non c’è solo il dato ormai strutturale della disoccupazione giovanile (15-24 anni) attorno al 30 per cento. Si scopre che tra i ragazzi nella fascia 25-29, cioè quelli che dovrebbero essere già inseriti nel mercato del lavoro, il 25 per cento non ha mai avuto una sola esperienza lavorativa. Usando come osservatorio i centri di ascolto della Caritas, il quadro risulta sorprendente: il 20 per cento di quelli che cercano aiuto ha meno di 35 anni. E, quel che più conta, il numero è aumentato di quasi il 60 per cento in cinque anni, tra il 2005 e il 2010. “Il cambiamento è dovuto soprattutto all’aumento dei working poor, giovani che in un modo o nell’altro riescono ad avere un reddito, ma insufficiente. Perché sono separati, o hanno figli a carico”, spiega Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan. Il circolo è perverso: i giovani trovano solo contratti atipici e la retribuzione media degli atipici è poco più di 300 euro.

I giovani poveri sono comunque in buona compagnia visto che, come ogni anno, la Caritas racconta un aumento delle persone in condizioni di povertà relativa (cioè che non riescono a vivere decentemente per gli standard italiani). Nel 2010 siamo arrivati a 8 milioni 272 mila, il 13,8 per cento. Il problema non è che si spendono pochi soldi, nota la Fondazione Zancan, ma che si spendono male. La prova? “Ogni anno destiniamo oltre 50 miliardi di euro per l’assistenza, ma nel 2010 i poveri contati dall’Istat sono saliti di 410 mila, e visto che l’Istat li censisce dopo che hanno ricevuto gli aiuti, questo aumento indica che la spesa non ha funzionato”, dice Vecchiato. Capire il problema, però, è già una mezza soluzione: è quasi consolante sapere che il punto non è spendere più soldi, visto che lo Stato non ne ha. “Meglio trasformare la spesa in servizi”, suggerisce Vecchiato. Il conto è questo: se 110 miliardi spesi per servizi sanitari producono 600 mila posti di lavoro, trasformando gli aiuti monetari in servizi (tipo asili nido o assistenti sociali) potrebbero comparire dal nulla 300 mila posti. Con più crescita, meno disoccupazione e meno poveri. Ma è politicamente molto complicato. E quindi è assai probabile che il prossimo anno i poveri risulteranno ancora di più e sempre più giovani.

Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2011

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