Due giorni fa, la Giornata mondiale dell’alimentazione 2011 ha avuto come tema “i prezzi degli alimenti – dalla crisi alla stabilità”. Il tema era già stato esaminato nell’ultimo “rapporto sulla Fame nel mondo”, uscito una settimana fa e curato dalla Fao (l’Organizzazione Onu per l’alimentazione e l’agricoltura), dall’Ifad (il Fondo Internazionale per lo sviluppo agricolo) ed dal Pam (il Programma alimentare mondiale).

La situazione è catastrofica: il costo del cibo, che ha avuto la tendenza a diminuire dal 1960 fino al 2002, nonostante la rapida crescita demografica (la popolazione mondiale è raddoppiata fra il 1960 e il 2000), ha poi avuto una tendenza opposta. E, negli ultimi anni un’impennata.

Fra il 2005 e il 2008, i prezzi mondiali degli alimenti di base hanno raggiunto i livelli più alti da 30 anni a questa parte. Negli ultimi 18 mesi del periodo considerato, il prezzo del mais è aumentato del 74% mentre quello del riso è quasi triplicato, con un incremento complessivo del 166%.  Sono scoppiate rivolte del pane in più di 20 paesi. Ma, dopo il picco registrato a giugno 2008, i prezzi hanno fatto registrare un nuovo calo (del 33% in sei mesi), soprattutto a seguito di una vasta crisi finanziaria e bancaria che ha fatto sprofondare l’economia globale nella recessione. La contrazione però è stata di breve durata. Nel 2010 i prezzi dei cereali hanno subito un’impennata del 50% e hanno continuato ad aumentare nel 2011, prima di registrare una lieve flessione nel secondo trimestre di quest’anno…. non è possibile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi”.

Insomma c’è una tendenza alla “volatilità” (termine tecnico quasi eufemistico per parlare di fluttuazione) dei prezzi degli alimenti. Comunque, lo avevamo già scritto, nel prossimo decennio i prezzi dei cereali e quelli della carne aumenteranno in media rispettivamente del 20% e del 30%.

Le fluttuazioni dei prezzi, in particolare quelle al rialzo, rappresentano la maggiore minaccia alla sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo. I più colpiti sono i poveri. Secondo la Banca mondiale, nel biennio 2010-2011 l’aumento dei costi degli alimenti ha spinto quasi 70 milioni di persone nella povertà estrema.  A livello di paesi importatori netti di prodotti alimentari, le impennate dei prezzi possono danneggiare i paesi poveri  aumentando i costi per importare il cibo destinato alla popolazione. Nel 2010, i paesi a basso reddito con deficit alimentare hanno speso la cifra record di 164 miliardi di dollari per importare alimenti; il 20% in più rispetto all’anno precedente. A livello individuale, quando i prezzi degli alimenti aumentano, le persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno sono costrette a saltare un pasto. Anche gli agricoltori sono vittime di questo fenomeno perché hanno assolutamente bisogno di prevedere, a mesi di distanza, il prezzo che raggiungeranno le coltivazioni al momento del raccolto. Se si prevedono prezzi elevati, piantano di più. Se si prevedono prezzi bassi, piantano meno, tagliando così i costi”.

Al prossimo G20 s’intende cercare misure comuni per ridare stabilità ai prezzi degli alimenti. Ossia perlopiù sovvenzioni. Difatti la riduzione delle sovvenzioni dei paesi Ocse all’agricoltura (-43% negli ultimi 30 anni) sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, è considerata la causa principale dei problemi attuali. In pratica la sovrabbondanza di cibo che si è avuta per decenni, nell’emisfero occidentale, è stata garantita dai numerosi finanziamenti all’agricoltura. “Il 98% di chi soffre la fame vive nei paesi in via di sviluppo dove la produzione alimentare deve raddoppiare entro il 2050 per nutrire una popolazione in aumento. Ovviamente l’aumento dei prezzi è dovuto anche alle speculazioni. Oltre che alle situazioni di crisi o siccità/inondazioni, per nulla mitigate dal riscaldamento globale e dal cambiamento climatico, alla crescita demografica già menzionata, e alla politiche cosiddette “discorsive” atte a favorire la bioenergia, quindi legando l’agricoltura al mercato energetico: ogni turbamento dell’ultimo si ripercuote sui prezzi degli alimenti.

Carlo Petrini (il fondatore di Slow Food), ieri all’Ara Pacis di Roma, ha commentato “È una questione di volontà politica. Basterebbe anche soltanto qualche rinuncia, meno colonialismo economico e culturale. Mai nella storia dell’uomo abbiamo avuto così tanta quantità di cibo a disposizione per l’umanità e mai come adesso abbiamo sprecato così tanto. Secondo i dati di Last Minute Market sprechiamo 20 milioni di tonnellate di cibo ogni anno, solo nel nostro Paese. Più del 40% della produzione alimentare nel mondo è sprecata.  Lo spreco di fronte alla fame è la vera anomalia dei nostri tempi, figlia di un modo di intendere l’economia sbagliato e obsoleto che crede nella possibilità di una crescita infinita, andando contro le leggi della natura, le cui risorse sono rinnovabili solo a patto di rispettarne i ritmi… È quanto mai urgente cambiare il sistema di produzione e distribuzione, recuperando la capacità delle comunità locali di produrre il proprio cibo in modo sostenibile, di selezionare e moltiplicare le proprie sementi, di diversificare le colture.  Le agricolture locali e la biodiversità sono stata distrutte, e quando se ne parla vengono considerate un qualcosa di nicchia! A Mali si fa colazione con Nescafé e latte condensato, con burro danese, e marmellate europee piene di coloranti. Bisogna portare le strutture e le strade ai paesi africani, non derrate alimentari preda di speculazioni.  Dobbiamo difendere il diritto dei giovani di tornare alla terra,  in Africa ma pure in Italia, dove la situazione agricola è drammatica. Dobbiamo difendere la terra coltivabile in qualsiasi parte del pianeta. Il land grabing non è solo in Africa, dove non c’è catasto e i governi vendono terreni alle multinazionali. Stiamo perdendo spazi sterminati di produzione pure in Italia, prima con le cementificazioni, e ora con le biomasse e coi pannelli solari: quei campi fra qualche anno saranno aridi. Stiamo generando aridità”.

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