Cronache di una sconfitta industriale. Potrebbe intitolarsi così il racconto del declino di una delle fabbriche-simbolo dei motori in Emilia Romagna. Dei 170 operai, dei 100 mila motorini prodotti ogni anno, di quella azienda dove non c’erano mai scioperi perché i “signori Malaguti ti compravano anche i pasticcini quando lavoravi il sabato”, di tutto questo non rimane più niente. O quasi. Il grande capannone in verità è ancora lì, che si staglia sullo sfondo per chi, sulla autostrada A14, da Bologna viaggia verso Rimini. Duecento metri di fabbricato gialli e blu e il cognome della famiglia scritto in rosso. Una volta, parcheggiati all’esterno, si potevano ammirare migliaia di F10, Phantom F12, scooter che hanno accompagnato su e giù per l’Italia e per il mondo milioni di teenagers negli anni novanta. Ora quel piazzale è completamente vuoto e la motor valley emiliana è diventata piuttosto una valle di lacrime.

Da qualche giorno è ufficiale: la fabbrica fondata nel 1930 da Antonino Malaguti, il prossimo 31 ottobre metterà definitivamente fine alla produzione di scooter che fino a pochi anni fa l’aveva vista leader nel mondo. Per alcuni anni rimarranno giusto 20 dipendenti a vendere i ricambi, gli altri tutti a casa. Una chiusura triste, perché frutto di una evidente resa della famiglia a una concorrenza estera sempre più combattiva e a una crisi che, dal 2008, ha segnato il futuro dello stabilimento di Castel San Pietro, a metà strada tra Bologna e Imola, sede (anche questa ormai ex) del grande circuito di Formula 1.

Lo smantellamento alla Malaguti era iniziato prima con il licenziamento di tutti i lavoratori a termine e interinali già dal 2009-2010. Poi il 15 aprile di quest’anno l’azienda ha cessato definitivamente la produzione con e a quel punto per i 170 assunti non c’è stato che da attendere questo maledetto ottobre.

“Ora stiamo aspettando e basta. All’inizio abbiamo cercato in tutti modi di opporci a questa decisione”, spiega Sabrina Franchini, ex operaia e delegata sindacale della Fiom in fabbrica. Fuori dello stabilimento dove la incontriamo lei quasi si commuove a parlarne. “La rassegnazione è scattata quando abbiamo visto che nulla si muoveva, che l’idea dei signori Malaguti era quella di chiudere. Quando abbiamo visto che non c’era nessuno interessato come acquirente allora ci siamo rassegnati”.

I signori Malaguti, in fondo, sono voluti ancora bene da tutti. Esponenti di quel capitalismo familiare che ha fatto la fortuna del made in Italy in anni passati, fino a quando hanno voluto sono stati degli ottimi padroni, nemmeno i delegati sindacali lo negano. Ma la delusione, quella sì, l’hanno data un po’ a tutti. Per molti, del resto, la fabbrica ha significato anche famiglia nel vero senso della parola e uscirne è stato come perdere parte della propria storia di vita. “Io e mia moglie ci siamo conosciuti in fabbrica. Io collaudatore lei in catena di montaggio. Lavoravo lì dal 1995 e i signori Malaguti ci trattavano benissimo”. Massimiliano e Monia, 38 e 36 anni, ci invitano nella loro casa di Castel San Pietro, si siedono a parlare mentre i loro due figli stanno ad ascoltare il racconto di quegli anni d’oro. “Una volta i dipendenti potevano anche comprare i motorini col 25 % di sconto. Quando si andava in giro per l’Europa con l’azienda avevamo tutti i benefit che volevamo”, racconta Massimiliano. “Poi molti dipendenti hanno cominciato ad approfittarne, quei motorini a prezzo scontato venivano rivenduti a prezzo pieno e i conti nei ristoranti che l’azienda dovevano pagare erano spesso salatissimi. Molti dipendenti ne approfittavano”.

Ma Massimiliano, che non è iscritto al sindacato e che ancora nutre una grande stima per la famiglia, riconosce un grande errore ai suoi ex datori di lavoro. “Non hanno voluto innovare e hanno sottovalutato la crisi. Questo li ha travolti”, racconta Massimiliano. Oggi marito e moglie mandano avanti la famiglia con i soldi della cassa integrazione e il futuro, in una zona dove tutto chiude, è sempre più incerto.

Un altro paradosso di questa storia è che l’azienda chiude con i conti apposto. Ci sarebbero a disposizione della famiglia Malaguti 40 milioni di capitale, un capannone gigantesco e un centro ricambi, un marchio che se ben sfruttato potrebbe valere una fortuna. L’azienda sta così bene che ha promesso agli operai che chi non impugnerà il licenziamento avrà una buonuscita di 30 mila euro lordi che di fatto si ridurranno a poco più di 20 mila euro netti. E, letteralmente con le lacrime agli occhi, i dipendenti hanno accettato, in attesa di quelle migliaia di euro che potrebbero garantire una breve sopravvivenza. In fabbrica, dalla fine del mese, resteranno solo quelli del settore ricambi, giusto per onorare i contratti con i clienti: 17 persone, anche loro costrette in un polmone artificiale destinato a spegnersi in pochi anni.

Ma c’è chi ancora non digerisce questa sconfitta. “L’azienda vuole levarsi il carico dei lavoratori e preferisce accontentarli con questi 30 mila euro, il motivo lo possiamo immaginare”, spiega Bruno Papignani, segretario della Fiom di Bologna, che fino a pochi giorni fa ha lottato inutilmente per prolungare la cassa integrazione ai dipendenti Malaguti. “Penso che qualche operazione avverrà – azzarda Papignani, lasciando intendere la possibilità di una prossima vendita – Sicuramente l’azienda non ha voluto vendere con gli operai dentro”.

Quei 30 mila euro hanno anche creato tensioni tra la Fiom-Cgil, che chiedeva di lottare per proseguire la produzione, e molti degli operai che da tempo avevano capito le intenzioni dei fratelli Marco e Antonino Malaguti. Intenzioni irrevocabili: chiudere ora che i conti dell’azienda sono ancora apposto. “Se l’azienda proseguisse e andasse in fallimento non vedremmo più neppure quei 30 mila euro”, ragionano gli operai.

Parlare di Malaguti tra i protagonisti della sua storia è un’impresa ardua. La proprietà tace. Tutti sono reticenti e la pace in azienda degli anni d’oro si è trasformata in sospetto, tensione. La paura che l’azienda cambi idea su quei 30 mila euro rende tutti molto diffidenti e poco propensi a parlare. Tutti si sentono sconfitti e soprattutto abbandonati. “Perché la Regione quei tavoli di trattativa non li ha fatti prima quando l’azienda si poteva ancora rilanciare?”, si chiede Massimiliano. Maurizio Tellarini, delegato Fiom, è uno degli ultimi rimasti dentro lo stabilimento. Maurizio, in fabbrica da 20 anni, dai tempi d’oro, ora ha l’ingrato compito di smantellare il capannone prima della definitiva chiusura del 31 ottobre. Per lui i responsabili della fine  vanno cercati a Roma. “Il settore motociclo è morto. Questo Stato ha lasciato morire il nostro settore e non ho mai visto nessuno qui. Più che con la Malaguti ce l’ho con lo Stato”.

Adesso chiusa la fabbrica, non rimangono che i ricordi e una speranza: quella che il marchio Malaguti non finisca sopra qualche motorino prodotto chissà in quale parte del mondo.

di David Marceddu

il video è di Giulia Zaccariello

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