Napoli – Aveva un incarico di dirigente, un ufficio a Roma presso il ministero dell’Istruzione e persino un badge. Era alle dipendenze dirette della ministra Maria Stella Gelmini, con il compito di promuovere “iniziative rivolte agli studenti per l’acquisizione della cultura della legalità”, come specificato nel decreto di nomina. Ma don Luigi Merola ha lavorato gratis. E dopo aver chiesto invano il rispetto dei contratti firmati, ha deciso di fare causa. Don Merola non è un sacerdote qualunque. Non ama la definizione di ‘prete anticamorra’ che però gli sta addosso come un vestito su misura, cucita sul campo. E’ stato per anni il parroco di Forcella (oggi è parroco alle Brecce) e dal 2004 vive sotto scorta per aver smantellato le telecamere della camorra e per aver girato di nascosto e consegnato al Questore un filmato con cui documentava lo spaccio di droga nel quartiere controllato dal clan Giuliano. Era stato chiamato al ministero per girare le scuole di tutt’Italia ed esportare il suo impegno. Ma non ha mai visto un euro. Anzi, ci ha rimesso. Trasferte lunghe e dispendiose, pagate di tasca propria, per incontrare i giovani e i giovanissimi delle scuole nei luoghi più disagiati del paese. Esperienze di cui don Merola conserva splendidi ricordi sul piano umano, come racconta nel libro Il cancro sociale: la camorra, una sorta di autobiografia degli ultimi anni di questo giovane e coraggioso prete di frontiera che tramite la fondazione ‘A voce de creature’ ha sottratto centinaia di ragazzini dalle insidie della strada e della criminalità. Quelle trasferte per il ministero, però, non sono state riconosciute economicamente di chi lo aveva assunto. “Una pessima figura per il ministro nei confronti di chi sta al servizio della legalità con azioni concrete” commenta l’avvocato Alessandro Biamonte, difensore di don Merola nell’azione legale che il sacerdote ha intentato contro il Miur.

L’avvocato Biamonte ha depositato due diverse istanze di conciliazione, obbligatorie prima dell’inizio della causa vera e propria. Istanze che si riferiscono ai due rapporti lavorativi intercorsi tra don Merola e il ministero, intercorsi a cavallo tra il governo Prodi e il governo Berlusconi, con la ministra Gelmini che, secondo quanto riferito da don Merola in alcuni dibattiti e in brani del suo libro, avrebbe guardato con fastidio alla presenza al Miur di un ‘prete’, per di più ‘ereditato’ dal ministro Pd Giuseppe Fioroni. Un pasticciaccio burocratico che inizia il 10 aprile 2008. Tre giorni prima delle elezioni politiche che sanciranno il trionfo del Cavaliere, il ministero ancora formalmente retto da Fioroni conferisce a don Merola un ruolo di dirigente ministeriale e stipula un contratto triennale di lavoro. Il sacerdote arriva a questo incarico anche grazie all’apprezzamento di ambienti importanti e influenti del Pd napoletano. E’ amico dell’assessore alla Legalità del Comune di Napoli Giuseppe Gambale (Pd), che lo ha sostenuto in numerose iniziative pubbliche. Gambale finirà sotto inchiesta, arrestato insieme a mezza giunta Iervolino e poi assolto in primo grado, per una vicenda di presunti appalti pilotati per favorire l’immobiliarista Alfredo Romeo (assolto anch’egli in primo grado per le accuse più gravi, tranne che per un episodio di corruzione, per il quale gli sono stati inflitti due anni).

Ed appartengono al Pd napoletano i parlamentari che firmano le interrogazioni per sollecitare il rafforzamento della scorta di don Merola, contro il quale si moltiplicano le minacce. Così quando si insedia Berlusconi, lo spoil system del suo governo defenestra pure il prete napoletano. Gli incarichi di questo tipo cessano “decorsi 90 giorni dal voto di fiducia del nuovo governo”, scrive il direttore generale del Miur. La Gelmini, però, decide di recuperarlo e con decreto a sua firma, protocollato AOOUFGAB 100095/GM del 10 dicembre 2008, lo nomina nel proprio ufficio di gabinetto. Tutto ok? Macché. Si moltiplicano i bizantinismi e don Merola non viene pagato, né per il breve periodo del governo Fioroni, né per quel successivo. Prima manca il nulla osta del Cardinale (che comunque arriverà) poi viene opposta la scarsa chiarezza del curriculum e l’assenza del visto della Corte dei conti, che aveva chiesto al ministero chiarimenti mai effettuati. Quest’ultima motivazione, secondo l’avvocato Biamonte, non può durare in eterno: “Ci sono dei termini, di uno e due mesi, abbondantemente scaduti, trascorsi i quali questi atti divengono in ogni caso esecutivi”. Poteva mancare un giallo? Eccolo. Esiste una nota a firma di un vice direttore generale, datata 10 luglio 2009, e relativa al primo incarico, in cui si afferma “che nessun altro incarico è stato attribuito all’interessato”. Come se il decreto della Gelmini del dicembre precedente, tramutato in un contratto il giorno stesso, fosse finito nel nulla.