Carlo Chiriaco

Il ministero dell’Interno, una delle parti lese nel processo Infinito contro la ‘ndrangheta in Lombardia, potrebbe essere messo nelle condizioni di fornire una prova decisiva a una difesa. E non una a caso, ma a quella del dottor Carlo Chiriaco, l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per essere stato il referente dei clan in una fetta – quella pavese appunto – del delicato mondo della sanità lombarda.

Il Tribunale di Milano, nel procedimento che vede alla sbarra 40 imputati tra presunti affiliati o semplici fiancheggiatori della criminalità calabrese  – ha ordinato al Viminale di far pervenire alla Corte e alle parti la relazione prefettizia sull’Asl di Pavia, quella in cui si sarebbero dovute indagare eventuali infiltrazioni criminali. Un documento sul quale c’è il segreto di stato. Ma secondo la difesa dell’ex direttore sanitario, alla luce del processo in corso, quel vincolo va tolto. L’avvocato Oliviero Mazza, infatti, ha sottolineato in aula che è la stessa legge di riforma del segreto di stato, la 124 del 2007, a rendere inapplicabile ogni obbligo di segretezza su quella relazione.

All’articolo 39, comma 11, è scritto infatti: “In nessun caso possono essere oggetto di segreto di Stato notizie, documenti o cose relativi a fatti di terrorismo o eversivi dell’ordine costituzionale o a fatti costituenti i delitti di cui agli articoli 285, 416-bis, 416-ter e 422 del codice penale”, ovvero i reati di tipo mafioso. Mazza, ricordando che quella relazione costituisce elemento di prova in un processo di ‘ndrangheta, ne ha chiesto l’acquisizione e il Tribunale gli ha dato ragione.

Lo scorso aprile l’allora prefetto di Pavia, Ferdinando Buffoni, aveva comunicato che la speciale commissione sull’Asl da lui formata su delega del ministero dell’Interno, aveva concluso i lavori. L’inchiesta che avrebbe dovuto scoprire eventuali amministratori avvicinati dai boss, viceversa rispecchiava – secondo le anticipazioni comunicate dallo stesso Buffoni – una sanità assolutamente limpida, della quale – sono le parole del Prefetto – “non ci si può che dire orgogliosi”. Nello stesso momento, però, la massima carica governativa del territorio oppose su quel documento il segreto di stato.

Tra i motivi per i quali quella relazione era stata pensata, c’era l’ipotesi di sciogliere l’Asl pavese. Il 21 giugno scorso, sempre il ministero dell’Interno, apprendendo le conclusioni della commissione prefettizia, comunicò che “non emergevano elementi concreti per procedere allo scioglimento”; ma con una circolare successiva, del 20 agosto, confermava il vincolo del “segreto di stato”, rispondendo picche alla difesa Chiriaco. Nessuno, oltre al Prefetto, doveva conoscere nel merito il contenuto di quel documento.

L’avvocato Mazza, convinto che lì dentro ci sia la prova regina che scagionerebbe il suo assistito, non s’è dato per vinto. E così nell’udienza del 6 ottobre scorso la Presidente della Corte, Maria Luisa Balzarotti, ha letto un dispositivo che rappresenta un ordinanza di esibizione di prova rivolta al ministero dell’Interno.

Si attende ora la risposta da Roma, ma si prospetta un interessante paradosso. Il Viminale, che dichiara di aver subito un danno d’immagine (perché si sospetta che un amministratore pubblico se la faceva coi clan), potrebbe essere costretto ad agire affinché in sede processuale a un risarcimento non si arrivi affatto. Giuridicamente la cosa può essere poco significativa, ma dà l’idea delle complessità in cui si muove uno tra i più importanti e corposi processi di mafia al nord degli ultimi anni.

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