C’è chi corre in macchina. Perché ha fretta. Per far cantare il motore di una macchina costosa. Per sognarsi potente e virile. E c’è chi corre a piedi. Per mantenersi sano. Per far cantare il sangue nelle vene. Per scaricare la tensione, per riflettere, per sognarsi parte della natura. Alison correva a piedi. L’ha travolta uno (o una?) che correva in macchina. Quello che correva in macchina non si è fermato, dopo averla colpita in pieno. Ha sentito l’urto della lamiera contro la pelle nuda. Ha visto il corpo che volava via leggero, troppo leggero, e atterrava, in uno sfarfallio di capelli biondi, a faccia in giù in un canale, al di là del guard-rail.

Aveva la matematica certezza di averle fatto molto male. Non aveva, non poteva avere, la matematica certezza di averla uccisa. È stato un delitto, quindi, non un incidente.

Ma non farà versare fiumi di parole, non mobiliterà i media di tutto il mondo, non ecciterà l’audience di Porta a Porta. La ragazza era giovane, bella e americana, (come la commentatissima Amanda, di cui presto, statene certi, leggeremo l’inevitabile best seller) ma non è implicata in festini estremi, non è vittima né carnefice nel piccolo teatro delle passioni. È morta come un gattino, come un topo, come un tasso, come un istrice. Uno di quegli animaletti che restano con le loro spoglie mortali, sui bordi delle strade di campagna. Nell’indifferenza generale.

Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2011

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