Il Servizio Civile Nazionale Volontario è un’esperienza di cittadinanza attiva per tutti i cittadini italiani dai 18 ai 28 anni istituito con la legge 64/01 e con l’obiettivo primario di far maturare una coscienza civica a quanti vi si dedicano e promuovere una solidarietà e cooperazione, a livello nazionale e internazionale. Per chi come me, “rischiava” di dover partire militare – quando ancora c’era il servizio di leva obbligatorio  – era l’alternativa salvifica a un anno di marce, piantoni e picchetti, non una scelta fatta per vocazione.

Che dedicare 12 mesi della propria vita a se stessi e agli altri attraverso l’agire concreto all’interno di progetti di solidarietà, cooperazione, assistenza sia uno scopo nobile è fuori di dubbio. Ma se per promuovere il Servizio Civile si utilizzano degli spot deplorevoli, come quello che si vede in televisione in questi giorni, è senz’altro controproducente.

Lo spot – visto su una rete Rai qualche sera fa – inizia con un ragazzo che, assieme agli altri tre componenti della band, prova un pezzo nel garage adibito a sala prove proprio come avviene nella realtà. All’improvviso spunta Marco (un tipo che ricorda vagamente il rosso Howard Cunningham, uno dei protagonisti del telefilm Happy Days) presumibilmente un ex componente del gruppo,  che è da un anno che non si fa vivo con i compagni. Dopo i saluti alla classica domanda “Ma che fine hai fatto?”, lui esclama: “Mentre voi cercavate di diventare famosi, io sono diventato importante… per loro”. Tira fuori un videofonino e mostra loro un video con bambini sorridenti e resi allegri da giovani volontari che come lui hanno scelto di fare il servizio civile.

Finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, se da un lato promuove il Servizio Civile – sulla cui utilità, ripeto,  non c’è nulla da obiettare – dall’altro sminuisce le ambizioni di chi vorrebbe dedicare la propria esistenza alla musica – e non c’è da stupirsi, visti gli elementi che orbitano attorno al governo, che non sono dei veri campioni nel campo (basti pensare alle performance del ministro dell’Istruzione o di Tremonti che esclamò: “Con la cultura non si mangia… mangiatevi pane e Divina Commedia– considerando l’esser musicisti, o aspiranti tali, una perdita di tempo, o peggio ancora, un triste modo per diventar famosi.

È da più di un anno che su questo blog mi occupo di giovani musicisti che tentano di emergere, qualche volta li ho stuzzicati, chiedendo loro quali fossero le reali ambizioni. La risposta che ho ricevuto, unanime, è quella di poter vivere di musica, vedendo riconosciuti soprattutto i propri diritti e doveri. Che in Italia le cose per la musica vadano male  non è una novità; se poi si somma una scarsissima curiosità intellettuale – spesso anche  da parte dei cosiddetti ‘esperti di settore’ – al già  scarso interesse del pubblico in genere, la situazione è catastrofica. Come ha scritto JohnnySt1983 commentando un mio articolo: “In Italia: ‘Ma tu che fai nella vita?’ ‘Il musicista…’ ‘Sì, ma di lavoro?’”. Ci riflettessero lorsignori – oltre che le reti Rai – prima di mandare in onda simili obbrobri.

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