Non hanno detto né dove né quando, per paura di un attentato. Ma appena il palco è stato montato, la voce è passata di giovane in giovane e le strade di Kabul si sono animate di fan del rock. Era da trent’anni che non c’era un concerto di musica live in Afghanistan. E’ successo due giorni fa, nei meravigliosi di giardini di Babur (dove sorge la tomba del primo imperatore Mogol), restaurati qualche anno fa dall’Aga Khan.

Ragazzi e ragazze con le mani tese al cielo che ballavano e sorridevano alla musica che si riempiva dei colpi della batteria e dei bassi durissimi. Sei ore di rock, con complessi giunti dall’Australia, Uzbekistan, Kazakhstan e Afghanistan che hanno suonato blues, musica popolare indiana, metallica, punk, davanti a centinaia di afgani giovanissimi alcuni dei quali non avevano mai visto un concerto dal vivo in vita loro. La musica era bandita durante il regime dei talebani e anche ora i negozi di cd vengono sistematicamente colpiti e in alcune città i musicisti vengono perseguitati quando non uccisi.

Il festiva si è svolto senza problemi, naturalmente l’alcool era vietato, l’unico snack era il kebab e i microfoni si sono spenti e la musica si è fermata (due volte) quando il muezzin ha fatto la chiamata alla preghiera.

“Dove vivo non esiste niente di simile. Ne ho sentito parlare e sono venuto”, ha raccontato Ahmad Shah, vestito con il tradizionale camicione bianco. E’ arrivato da Kandahar, una delle zone più controllate dai talebani, devastata dalla guerra degli ultimi dieci anni. “Sono venuto per scappare al cancro dei talebani, e questo mi sembra un cambiamento incredibile”.

“Abbiamo sentito del festival alla radio, quando una mia amica mi ha chiesto se dovevamo andare, ho detto “perché no?”, ha spiegato Lauria, 19 anni, studentessa universitaria con un velo leggero che le incorniciava il viso e sandali aperti. “E’ stato fantastico, spero solo che non sia l’ultima volta”.

I ragazzi sono impazziti quando si è esibito il gruppo afgano White Page e un gruppetto di guardie sono state sopraffatte dal loro entusiasmo. Si sono ripresi incantati da un ballerino di breakdance.

La sicurezza era ovunque a presidiare l’evento e nonostante la segretezza sono arrivati 450 giovani paganti e molti altri sono rimasti fuori in strada ad ascoltare. Alcuni vecchi con la barba e il turbante si sono avvicinati scuotendo le teste, ma non hanno del tutto disapprovato.

Anche la polizia batteva il tempo con i piedi.

“Kabul, amici miei, è ora di fare del Rock!!!”, ha gridato la cantante Sabrina Ablyaskina, del gruppo uzbeko “Lacrime del sole” che cantava e sbatteva di qua e di là il microfono. Lacrime del sole sta registrando il suo sesto album. “Non ci aspettavamo tutta questa gente – ha detto dopo Sabrina – amiamo Kabul, e un giorno dopo l’altro la vediamo rivivere”. Per la chitarrista Nikita Makapenko è stato un evento senza precedenti non solo per il pubblico ma anche per chi ha avuto il coraggio di esibirsi: “Il rock and roll ha cambiato il mondo e lo farà anche in Afghanistan. Questa è Storia ed è solo l’inizio”.

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