La Robarts Library della University of Toronto in CanadaNon è infinita (e cervellotica!) come la Biblioteca di Babele di borgesiana memoria, ma la Robarts Library di Toronto è uno dei principali motivi per cui nel 2006 ho scelto di trasferirmi in Canada per fare un Ph.D., un dottorato, in Italianistica. La Robarts è la terza biblioteca universitaria più ricca del Nord America (dopo Harvard e Yale) e mette a disposizione circa 17 milioni di libri, “qualcuno in più della Nazionale Centrale di Roma”, come disse il preside del mio Dipartimento, il prof. Francesco Guardiani, quando venni a chiedere informazioni sul programma, sei anni fa.

“Fort Book”, “il Pavone”, “il Tacchino”, “il Bunker”: sono solo alcuni dei nomignoli affibbiati a questo pianeta del libro in prestito che domina una parte del centro città, invero bruttino. D’altro canto anche l’aspetto architettonico della biblioteca non è, a mio avviso, dei migliori. A vederla da fuori si ha una strana sensazione, come di essere dinanzi all’astronave di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Quando la guardi dall’esterno al tramonto, mentre le sue luci interne si accendono automaticamente, ti aspetti che ti giunga alle orecchie il celebre suono in cinque note del film di Spielberg.

La struttura in cemento – ideata dallo studio Mathers and Handelby negli anni Sessanta – si fa ancora più imponente e minacciosa mano a mano che ti avvicini, con la sua buffa forma di tacchino gotico-futurista alto 14 piani. Ma una volta dentro, ti rendi conto di essere davvero in un altro pianeta rispetto al bizantino sistema bibliotecario italiano, descritto a meraviglia da uno spassoso articolo del 1981 di Umberto Eco, “De Bibliotheca” (oggi in Sette anni di desiderio, 1983, 237-50). A distanza di trent’anni, e arrivati in pieno XXI secolo, posso confermare che in moltissime biblioteche italiane sopravvive ancora un assai ironico sistema a bigliettini colorati, qualcosa che farebbe commuovere Gutenberg, per il quale l’utente che vuole consultare un volume deve riempire un biglietto in triplice copia e lasciare matrici e figlie in un percorso a gimcana in stile Giochi senza frontiere, in cui però non ti puoi giocare il jolly.

Niente di tutto ciò alla Robarts: qui vige il classico sistema nordamericano a “open shelf”, o “a scaffale aperto”. Significa che gli studenti e i professori sono lasciati liberi di aggirarsi tra gli scaffali di Fort Book, al fine di prendere in mano e consultare tutti i libri che vogliono. I testi sono suddivisi per lingua (amplissima la sezione di letteratura italiana, dove, per dire, è possibile trovare romanzi minori di uno o due secoli fa, difficili da trovare anche in una seria biblioteca italiana), per autore e per genere, cosa che consente di avere sott’occhi non solo tutto quello che un certo autore ha pubblicato, ma anche tutto ciò che su di lui (o lei) è stato scritto in forma monografica.

Capita dunque, e spesso, di imbattersi in testi fondamentali di cui non si era al corrente – magari nascosti da un titolo non intelligente che la ricerca elettronica non era riuscita a selezionare – solo grazie alla loro strategica dislocazione fisica nella parete in cui si trova un testo base che si conosceva bene. Sono incontri fenomenali per un ricercatore o per uno studente, che fanno assomigliare la biblioteca a una sorta di bussola culturale, in grado di guidarti e di segnare dove sta il tuo reale Nord anche quando proprio sei convinto di saperlo già.

Il “Tacchino” è poi abbonato a una cosa come diecimila riviste scientifiche (con una emeroteca di oltre due milioni di pezzi) in modo da restare aggiornati anche sulle ultime fasi del dibattito critico internazionale per qualunque campo del sapere. Ogni studente, di dottorato o universitario, può prendere in prestito contemporaneo fino a 100 volumi (cento, avete letto bene) per tre settimane. Poi, se ha bisogno di ulteriore tempo, può allungare il prestito di altre tre più tre settimane, semplicemente con un click su internet, senza muoversi da casa.

La biblioteca è pensata per essere qualcosa di più di un servizio universitario: i suoi orari, in alcune fasi dell’anno accademico, non prevedono chiusura: le sale di lettura restano aperte 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana (da qui un altro soprannome buffo datole da qualche studente che, si dice, ci abbia dormito dentro una notte: Hotel Robarts), e in effetti i giorni di chiusura dell’istituzione durante l’anno si possono contare sulle dita di una sola mano. La Robarts, al pari di tutte le altre biblioteche della città, offre inoltre centinaia (in totale, sono alcune migliaia) di postazioni internet ad alta velocità, del tutto gratuite, e se non vi garba digitare dalle tastiere dei computer di tutti, potete sempre entrare col vostro portatile dotato di scheda wireless e navigare gratis. Anche per servizi di questo tipo la University of Toronto è tra le migliori università del mondo.

Ultimo, ma non ultimo, proprio qui alla Robarts Library Umberto Eco ha ideato parte del suo celeberrimo Il nome della rosa, ispirandosi tra l’altro per la pianta del castello del romanzo proprio alla struttura del Tacchino. Quando si dice entrare nella letteratura.

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