Ne ha parlato recentemente il Corriere della Sera, se ne parla su Facebook e vari blog. Aggiungo allora il mio personale appello, qui su ilfattoquotidiano.it, sperando di raggiungere altri lettori. Lettori in tutti i sensi: lettori del Fatto e di questo blog, ma soprattutto i lettori – pochi o tanti che siano, nel paese (sempre più stanco) di B. – di quello strano oggetto, il libro, che sembra richiamare, anche se non per derivazione etimologica, il concetto di libertà. L’Indice dei libri del mese, storica rivista oggi diretta da Mimmo Candito, fondata nel 1984 da un gruppo di intellettuali in buona parte torinesi (Cesare Cases, Gian Giacomo Migone, Gian Luigi Beccarla, Diego Marconi, Tullio Regge, Marco Revelli, Lore Terracini, solo per citarne alcuni), rischia di scomparire sotto il peso dei debiti accumulati negli anni (e in particolare in quelli più recenti, a causa del sempre più scarso appeal della pubblicità su riviste cartacee e dell’aumento dei costi di produzione, ma anche della selvaggia politica culturale del governo di B., che consente a Tremonti di tagliare a più non posso i finanziamenti all’editoria). Un patrimonio di 37.500 recensioni scritte dalle migliori firme del panorama intellettuale italiano (Bobbio, Magris, Foa, Sanguineti, Galante Garrone, e così via) meriterebbe ben altro destino.

Le pagine di presentazione della rivista che compaiono sul suo sito, così come quella fornita da Wikipedia, sottolineano giustamente l’importante ruolo culturale svolto negli anni dall’Indice, che ha avuto l’indubbio merito di resistere al progressivo svuotamento del mestiere e della funzione sociale del recensore nella società mediatica (e da ultimo, di internet), continuando a proporre saggi di qualità elevata, concepiti con l’intento di fornire un vero e proprio servizio culturale, e con la speranza di contribuire al dibattito politico (nel senso alto del termine) di una società difficile come quella italiana. Già, ma se l’Indice è oggi in difficoltà, non sarà per colpa (merito) dei tanti supplementi culturali dei tanti quotidiani italiani, che offrono ormai gratuitamente un veloce sguardo (rapidissimo, e cioè al passo – settimanale – coi tempi; e, ahimè, spesso pubblicitario, anche perché suggestionato dalle vendite di narrativa e saggistica) sulle novità in libreria? Non sarà per colpa (merito) di internet, che autorizza a cercarsi da sé il libro prescelto, magari avendo spulciato qualche nota di lettura sui blog? Non sarà perché il tono spesso accademico (che però assicura quantomeno l’accuratezza di giudizio) dell’Indice si scontra con una società che dell’accademia non sa che farsene, e anzi tenta di restringerne gli spazi ogni volta che può?

Se (se) l’Indice non serve più, è forse perché non ha mai servito alcuno e alcunché, al punto da rimanere, proprio per questo, un po’ indietro coi tempi: e tuttavia è bello poter leggere una rivista che si occupa di tutti i settori, senza seguire le mode culturali; una rivista i cui numeri durano effettivamente un mese, anziché una settimana, un giorno o un veloce passaggio di occhi sullo schermo; una rivista che, mantenendo uno standard elevato, costringe il lettore a scelte ragionate su ciò che leggerà e a ritornare su ciò che ha letto. Certo, l’adeguamento coi tempi è comunque, in una certa misura, necessario, come riconoscono gli animatori della rivista; e sarebbe però importante concedere all’Indice (più di) una chance di adeguarsi. Personalmente, spero che al mio contributo finanziario e di riflessione se ne aggiungano tanti altri (il sito della rivista spiega come sostenerla). Il tanto auspicato risveglio della società civile nell’era del berlusconismo sguaiato, che della semplificazione culturale ha fatto la sua bandiera, passa anche per iniziative di questo tipo; chi volesse passarle in rassegna, cominci pure dall’Indice.

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