“La disciplina rafforza il carattere e di questo un giorno mi ringrazierai”. Ianeva Dragomira Boneva, in arte Michelle Bonev, così si rivolge alla figlia, cioè a se stessa, in Goodbye Mama, il film scandalo che domani arriva su 80 schermi con 01 Distribution. L’ha prodotto lei sola per il 40% bulgaro, mentre del 60% italiano se n’è fatta carico con i soci di Romantica srl Licia Nunez (anche interprete, è l’avvocato Virginia Kirova che assiste le figlie di cotanta Mama) e Giuseppe Maria Corasaniti: 3 milioni e 300mila euro di budget, meno i 150mila offerti dal Centro Nazionale Bulgaro di Cinematografia più 330mila sganciati da Romantica srl per coprire le spese della delegazione bulgara che alla Mostra di Venezia il 3 settembre 2010 assistette al premio patacca attribuito dal Mibac e officiato da Galan, Giro e il gotha della Biennale.

Fin qui, si fa per dire, le magagne nel fuoricampo, poi c’è il film, ed è tutto tranne che una bella notizia. Dal ’68 al 2005, dalla Bulgaria stalinista (Stalin è segnalibro ancora buono nel 2005…) all’Italia di Papi, dove Elena (Marta Yaneva, ovvero la Bonev della realtà) arriva – diremmo, complice un’ellissi fantasmagorica – per teletrasporto. L’alter ego di Michelle ma belle la ritroviamo a Roma nei pressi di Piazza Adriana (sede di Rai Cinema), dopo il tentato suicidio in patria. Vai a sapere, ma di fronte alla tragedia quotidiana dei migranti di Lampedusa questa ellissi pesa come un macigno.

Bando al moralismo, torniamo al film, che già in Bulgaria predilige il tricolore: nell’ospizio-gulag dove Jana reclude la mamma si servono maccheroni con uova avariate, sebbene il suocero rivendicasse “la famiglia, le nostre radici sono qui”. Così non sarà, la figlia più grande migra in Italia, mentre Mama Bonev, Jana per fiction, si prende i suoi begli insulti: “sgualdrina”, “melodrammatica”, su un basso continuo che rinnega la fede – “Dio non esiste, Gagarin non l’ha visto” – e ammazza la fiducia del pubblico.

A farla da padrone è l’irrealismo socialista, che pompa sangue nelle vene cattive e comuniste di Mama Jana: 7 x 8?, e la tabellina mancata vale alla figlia più piccola (Teodora alias Nadia Konakcheva) una tortura da Arcipelago Gulag.

Insomma, i tempi sono buoni per guadagnare (popolo della) libertà e (il partito dell’) amore nel Bel Paese, ovvero l’Italia di Papi. Berlusconi compare in cammeo fotografico – product placement? – su scrivania ministeriale bulgara, a spartirsi con Wojtyla quell’“odore di santità” già annusato da Bruno Vespa. Papi e Papa, e in mezzo Mama, che strepita “Io vinco sempre”, ma finirà sconfitta dalle figlie in un insolito processo breve.  Se le analogie tra Mama e Papi non sono peregrine, basti vedere quanto la Bonev non invecchi nei 40 anni passati sullo schermo, viceversa, la disponibilità finanziaria ne fa acqua e olio: “Non mi serve un avvocato, non ho soldi da buttare”, tuona Jana in aula e, dicunt, a Ghedini siano tremate le tasche.

Ma tutto è bene quel che finisce bene: se Mama si ritroverà signora in rosso a rimorchiare beoni prezzolati in stazione, la figlia Elena troverà in Italia il suo posto al sole, ovvero l’agognata copertina. Mama o non m’ama, l’importante è apparire, a ogni costo: quello inconsulto di un film orribile. Arrivederci, e grazie.

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