Separiamo i fatti dalle opinioni. Trenta archiviazioni su trenta indagati: questa è la notizia sull’inchiesta “Toghe Lucane”. Il fatto dimostra che l’intero impianto accusatorio, costruito dall’ex pm Luigi de Magistris, è totalmente franato. E questo dice la cronaca giudiziaria. La notizia può essere analizzata, però, e siccome chi scrive ha seguito le inchieste di De Magistris, passo dopo passo, fino alla punizione comminata dal Csm (e anche dopo), un’analisi è d’obbligo. Qualche riflessione, innanzitutto.

“Toghe Lucane” è stata l’unica delle tre inchieste – c’erano anche “Why Not” e “Poseidone” –che de Magistris ha potuto concludere personalmente. Non ha potuto portarla fino al vaglio del giudice, però, visto che pochi giorni dopo averla conclusa fu trasferito di sede (da Catanzaro a Napoli) e di funzione (da pm a giudice del tribunale del Riesame). La circostanza non è irrilevante: de Magistris sapeva su cosa, e come, aveva indagato; il suo successore – pm Vincenzo Capomolla – ha dovuto studiare l’incartamento dalla prima all’ultima pagina (circa 200mila pagine). L’inchiesta, in questo modo, ha subìto senza dubbio un pregiudizio. Probabilmente ha perso quella visione unitaria che de Magistris, e soltanto lui, poteva avere nella costruzione dell’accusa. C’è un altro fatto, però, del quale bisogna tenere conto: delle trenta posizioni indagate, nessuna ha retto, sia al vaglio del pm che ha ereditato l’inchiesta (Capomolla ha chiesto l’archiviazione) sia del gip che l’ha disposta. Con un po’ di pazienza, per comprendere quale groviglio sia quest’indagine, è doveroso ricordare un altro particolare. Nell’inchiesta “Toghe Lucane”, un importante filone d’indagine, riguardava la costruzione di un mega villaggio turistico, da costruire in Basilicata alla foce del fiume Agri. Non entriamo nel merito della vicenda per motivi di sintesi.

Arriviamo subito alla conclusione: per de Magistris, le ipotesi di reato, c’erano. Il pm Capomolla stralcia il filone Marinagri e – qui viene il lato curioso – chiede il rinvio a giudizio degli imputati. All’ultimo momento, però, anche Capomolla viene sostituito e il pm che gli subentra, Alfredo Cianfarini, chiede invece l’archiviazione. Parliamo dello stesso Capomolla che chiederà – ottenendola – l’archiviazione degli altri trenta indagati. Registriamo il dato e riflettiamo: in quest’inchiesta, le valutazioni, sono cambiate di volta in volta, di pm in pm, e questo può portare a una sola conclusione: l’inchiesta doveva portarla, fino in fondo, Luigi de Magistris. E questo non è avvenuto: il Csm l’ha punito e allontanato. Questo punto è fondamentale per ricostruire la storia e farsi un’opinione.

Tra i motivi dell’allontanamento di de Magistris, infatti, c’è un decreto di perquisizione, disposto proprio per “Toghe Lucane”, definito dal Csm come “abnorme”, non per la quantità di pagine, ma per il loro contenuto. Il Csm ha rivendicato il potere di entrare nel merito dell’indagine, quindi, punendo de Magistris. Un altro fatto curioso. Ancor più curioso, peraltro, è che – senza successo – alcuni indagati in “Toghe Lucane” hanno anche denunciato de Magistris alla procura di Salerno per “rivelazione di segreti d’ufficio e abuso d’ufficio”. Il gip di Salerno ha archiviato de Magistris: le accuse erano quindi infondate. Ma la pressione sull’ex pm – tra Csm e denunce penali – era fondatissima. E non soltanto su di lui. I guai per de Magistris sono legati alle inchieste che stava conducendo.

Quando abbiamo scritto della “Cricca” che condizionava gli appalti pubblici della Protezione Civile, della “P3” e anche della “P4”, abbiamo costatato che molti nomi comparsi in queste indagini erano stati già individuati da de Magistris nelle sue inchieste. E quelle inchieste non le ha portate a termine. Chi scrive, peraltro, ha potuto verificare – giorno dopo giorno – la mole di accuse e pressioni, esercitate su de Magistris e suoi investigatori, man mano che quelle inchieste procedevano. E anche questo non bisogna dimenticarlo.

Il suo consulente informatico, Gioacchino Genchi, fu di lì a poco perquisito e denunciato per le modalità in cui aveva condotto le perizie in “Why Not”. Pochi giorni fa è stato cacciato dalla Polizia di Stato per un’opinione – non condivisibile, per quanto mi riguarda, ma pur sempre un’opinione – sul presidente Silvio Berlusconi.

Il maggiore dei Carabinieri di Policoro (Matera), che seguiva l’inchiesta “Toghe Lucane”, è stato trasferito a Fermo per scadenza del mandato, sebbene avesse chiesto di concludere l’inchiesta.

Una cronista calabrese – Chiara Spagnolo – che seguiva l’indagine per “Il Quotidiano della Calabria” fu perquisita da un numero imprecisato di Carabinieri del Ros, il reparto che solitamente si occupa di mafie e terroristi, perché accusata di aver violato la segretezza delle indagini. Si scoprì poi che aveva soltanto riportato un’agenzia stampa del giorno prima.

Il maggiore del carabinieri che seguiva le indagini per conto di Luigi de Magistris, Enrico Grazioli, è stato arrestato da un coraggioso pm di Crotone, Pierpaolo Bruni, in un’atra inchiesta. E indagando s’è scoperto che intrecciava relazioni con gente indagata o coinvolta in “Why Not”, l’inchiesta che avrebbe dovuto condurre per conto di de Magistris, che in lui aveva riposto parecchia fiducia.

Il collega del Corriere della Sera, Carlo Vulpio, prima di candidarsi come indipendente dell’Idv, seguiva le indagini di de Magistris: gli furono “avocate” subito dopo aver fatto il nome di Nicola Mancino, che spuntava dagli atti, sebbene non indagato. Da quel giorno non scrisse più una riga.

Nel frattempo, a de Magistris, fu prima sottratta l’inchiesta “Poseidone”, poi avocata “Why Not”, e il caso finì sotto indagine nella procura di Salerno. I tre pm che condussero l’inchiesta sono stati – al pari di Luigi de Magistris – puniti e trasferiti dal Csm. Si chiamano Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella (quest’ultimo ha lasciato la magistratura prima che il Csm si esprimesse sul suo conto). Le loro tesi sono state poi confermate: l’avocazione e la revoca delle indagini furono illegali e, sempre a Salerno, dal 4 aprile, inizia il processo contro chi operò illegalmente.

Anche il gip di Brescia Clementina Forleo, che ebbe il coraggio di difendere un collega isolato come Luigi de Magistris, in una puntata di Annozero, incappò poi nelle accuse del Csm e, di lì a poco, fu trasferita da Milano.

Bene. Questa è la sintesi minima delle inchieste condotte da Luigi de Magistris prima che gliele sottraessero. Sia “Why Not”, sia “Poseidone”, sebbene in misura ridimensionata rispetto alla prospettiva accusatoria di de Magistris – l’unico che poteva conoscerne il significato unitario – hanno retto al vaglio del Gip e del primo grado. Ci sono state condanne e questo è un fatto. Non possiamo sottrarre “Toghe Lucane” da questo contesto, soprattutto se pensiamo che, proprio a Catanzaro, c’è un’altra inchiesta – denominata, non a caso, “Toghe Lucane 2”, che rimette nel mirino ciò che accadde – tra il 2003 e il 2010 – nella procura di Potenza. Rimette nel mirino le interferenze operate nei confronti del pm Henry John Woodcock. Altre interferenze, dopo quelle segnalate, da alcuni magistrati e persone di spessore personale e professionale, come Alberto Iannuzzi e Rocco Pavese, sentiti come testimoni da Luigi de Magistris. Paradossalmente, il verbale di Woodcock, anch’egli sentito da de Magistris, risulta il meno ficcante di tutti, poiché fa riferimento per lo più a notizie apprese dai giornali. Resta il fatto, però, che pure Iannuzzi e Pavese ebbero poi qualche guaio con il Csm, proprio per le dichiarazioni rese a de Magistris.

Non c’è dubbio, quindi, che de Magistris intendesse far luce sull’andamento della giustizia in Basilicata, a fronte di denunce circostanziate e per competenza territoriale, visto che Catanzaro è la procura che si occupa dei magistrati lucani. Che poi le accuse si siano rivelate infondate, che il castello accusatorio sia crollato, è un fatto di cronaca che deve essere raccontato senza remore. Ma questo non può esimerci dal ricordare che questa storia, se viene scritta in questo modo, è perché Luigi de Magistris non ha potuto concludere nessuna delle inchieste che aveva aperto. È un fatto anche questo. E non è certo indifferente. In “Toghe Lucane” sono stati archiviate trenta posizioni su trenta, ed è un fatto giudiziario, ma nessuno potrà archiviare il racconto, lo spaccato della magistratura lucana, nelle 200mila pagine d’indagine raccolte da de Magistris. Un racconto che, al di là della vicenda giudiziaria, merita di essere conosciuto fino in fondo.

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