L’altra sera, domenica, su RaiUno, c’era un programma di fantascienza italiana con Gianni Morandi, il titolare, vestito da metronotte. “Grazie a tutti,” il titolo. Un programma salva-vita, un programma ultima spiaggia, un programma ammazzacaffè.

Leggo, infatti, che per la rete cosiddetta “ammiraglia” si tratta adesso di recuperare spettatori e dunque speranze Auditel, abbracci, soprattutto dopo alcuni fallimentirecenti che hanno i volti di una donna altrove inattaccabile, Antonella Clerici, faccia di budino, e dello stesso, sempre altrove non meno ammirato, Vincenzo Salemme.

Forse per questa ragione si è pensato al titanico Gianni, nella convinzione che soltanto un uomo-quadrifoglio come lui possa tornare a rastrellare spettatori qua e là, non necessariamente giovani e giovanissimi, comunque attratti, appunto, dalla fantascienza italiana: un copione nazional-popolare che sembra aver cancellato ogni percezione del tempo storico e spettacolare in rapido mutamento.

E questo non tanto perché Gianni, lì sul palcoscenico del “Delle Vittorie” sembra (quasi) identico a se stesso, a com’era al tempo de “La fisarmonica”, o addirittura dei “musicarelli” diretti da Ettore Maria Fizzarotti e girati insieme alla moglie Laura Efrikian per accompagnare il lancio dei 45 giri che intanto impazzavano su juke-box, da “In ginocchio da te” a “Non son degno…”.

No, la tintura mogano riporta appena i capelli alle glorie del “Cantagiro”, l’età reale certo che ormai si intuisce, eppure nonostante il trucco sia ormai svelato, Gianni-amuleto ha il merito, tutto proprio di un programma di fantascienza italiana, di illudere lo spettatore medio nazionale che la morte sia una roba estranea al suo show, e dunque, per estensione, al suo pubblico: guarda, c’è Gianni! Se c’è lui, lì in televisione, vuol dire che siamo ancora tutti vivi!

Dettagli, semplici dettagli scenografici che non influiscono sulla sostanza fantascientifica del programma, l’avere scelto l’idea dell’astronave in viaggio nel tempo (in occasione dell’anniversario dello sbarco sulla Luna), e non meno irrilevante la scelta di far indossare a tutti i protagonisti della trasmissione, dal titolare alle coriste, una sorta di uniforme ottima per delle guardie giurate (se non analoga a quella dei nazisti dell’Illinois già visti nei “Blues Brothers”) impiegate in prossimità dei bancomat per la quiete del correntista, l’impressione che Morandi riesce a imprimere è, forse l’ho già detto, di tipo magico: lui sta lì che canta “Andavo a cento all’ora”, e a te, spettatore adulto, ti sembra infatti che basti raggiungere l’altra stanza per ritrovare vivi i nonni che ritenevi già morti da trent’anni, e ti viene perfino il dubbio che perfino Togliatti sia ancora al lavoro in via delle Botteghe Oscure, e Aldo Moro poco dietro in piazza del Gesù, ti sembra infatti che l’indomani ci si ritroverà tutti davanti alla vetrina dei mangiadischi per poi finalmente poter andare al mare ascoltando un disco senza che la puntina faccia i salti. Un disco di Gianni, ovviamente.

Gianni che intanto sta facendo il servizio militare ad Arma di Taggia, come hanno scritto sul rotocalco beat “Giovani”. Fantascienza italiana. Scende la pioggia.

da Il Fatto Quotidiano n°42 del 10 novembre 2009

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