Con questo articolo, dall’oltretomba, il più famoso scrittore di fantascienza inizia la sua collaborazione con Il Fatto quotidiano, all’insegna dello slogan: “Nulla è più incredibile della politica italiana”. Il suo racconto, “Il futuro delle libertà”, è in realtà la recensione di un autentico saggio di Gianfranco Fini.
 

di Philip K. Dick

Nel 1962, come è noto, dopo mille insuccessi, avevo rinunciato a fare lo scrittore e aiutavo mia moglie a vendere gioielli. Ma siccome lei mi dava le parti più rognose del lavoro, mi inventai di aver firmato un contratto con una casa editrice per scrivere un libro in hard cover. Non avevo in mente nessuno spunto preciso, se non che il Giappone e la Germania avevano vinto la guerra. Non avevo nemmeno una trama, e così mi appoggiai ai Ching. Il libro ebbe un successo incredibile, prese il titolo Svastica sul sole, venne acclamato come un capolavoro della fantascienza, e inaugurò il filone della cosiddetta “storia eventuale”. Il mio editore mi chiese subito un sequel.

Non volevo correre il rischio di deludere, e così mi immaginai una trama ambientata nel dopoguerra, in Italia, una storia altrettanto assurda e incredibile. Focalizzai l’intreccio sui due destini possibili di un leader della destra postfascista. Decisi che il personaggio si sarebbe chiamato Gianfranco, in onore del proprietario di un ristorante italiano dove io e mia moglie Anne andavamo a mangiare. E scelsi come cognome Fini, in omaggio a una espressione italiana che mi pareva emblematica di quel che volevo raccontare: “L’eterogenesi dei fini”.

Tutto ruotava intorno a due biografie possibili di Gianfranco Fini. La prima la immaginai volutamente incredibile e romanzesca. Gianfranco nasceva da una famiglia proletaria nell’Emilia Romagna del dopoguerra, nella regione più rossa d’Italia, lui aveva un padre che provava simpatia per il regime di Benito Mussolini. Gianfranco cresce apparentemente senza passioni politiche, poi incontra da ragazzo, nel 1968, la sua sliding door. Immaginai un pretesto assolutamente folle, perché mi aiutava a caricare di pathos il personaggio: il giovane Fini una sera veniva fermato da un gruppo di extraparlamentari che gli impediscono di vedere un film di John Wayne, Berretti verdi. Non mi preoccupai della verosimiglianza, nè di controllare se effettivamente un simile paradosso potesse accadere: da noi in America quel film era l’essenza stessa della destra americana bellicista e reazionaria, mi piaceva che un simile film potesse far danni addirittura in un altro continente.

Qui l’intreccio che immaginavo prendeva corpo in una storia amara, che era la parafrasi delle difficoltà che io stesso avevo vissuto come aspirante scrittore. Il mio Fini iniziava una carriera di “delfino” del leader neofascista italiano Giorgio Almirante, meditava a tratti l’abbandono della politica, veniva picchiato dai suoi camerati dopo la morte di uno studente greco perché non si era mostrato abbastanza duro nella rappresaglia, arrivava quarto nelle elezioni per designare il nuovo leader giovanile. Però Almirante lo ripescava, lo faceva diventare capo dei giovani di destra, e poi, prima di morire, segretario di partito. Immaginavo che questo Fini praticasse una politica xenofoba, che offrisse addirittura il simbolo del suo Msi – la fiamma – al leader della destra razzista francese Jean Marie Le Pen; che predicasse contro i maestri omosessuali. Immaginavo che la sua politica procedesse a stento fino all’incontro con un magnate delle televisioni, Silvio Berlusconi che lo sponsorizzava nelle elezioni comunali a Roma, spalancandogli un avvenire da statista. Questa era la prima parte del libro. E quando la mia agenzia letteraria, la Meredith agency la lesse, decise di abbandonarmi: “Scrivi delle cose di nicchia, che non stanno plausibilmente in piedi”. L’anno dopo, nel 1963, vinsi il premio Hugo, e riuscii a trovare la forza per terminare il mio capolavoro.

Nello stesso giorno in cui nell’altra vita il protagonista incontrava i picchetttatori di sinistra, un altro Gianfranco Fini seguiva di impulso uno studente di filosofia di sinistra, tale Stefano Bonaga, che lo invitava a seguirlo all’isola di Wight. Mentre parte con il sacco a pelo, Fini incontra il futuro segretario del sindacato di sinistra, Guglielmo Epifani, che va nella direzione opposta e lo guarda con invidia. Questo Fini scopre i Pink Floyd assistendo allo storico concerto di Pompei, prova la mescalina mentre ascolta Set the control for the heart of the sun. Si immerge nel movimento del 1968. Tiene un diario. Esalta il movimento femminista: “Le ragazze mie coetanee, almeno quelle più consapevoli, sono scese in strada per rivendicare il loro diritto, come donne, di essere protagoniste della loro vita, senza più ruoli rigidi, senza discriminazioni di ogni genere”. E poi la rivoluzione sessuale: “I capelli dei ragazzi si allungavano, le gonne delle ragazze si accorciavano”.

Siccome il mio editor mi rispondeva che era impossibile attribuire queste parole ad un leader di destra, per indispettirlo mi inventai la figura di una deputata del partito democratico che era iscritta all’Opus dei e considerava gli omosessuali dei “malati”. Il mio secondo Gianfranco, seguendo il suo destino parallelo era diventato un leader molto apprezzato. Aveva condannato l’Olocausto, aveva espresso idee progressiste in materia di diritti civili, aveva condannato le idee antislamiche, propugnato la causa del voto agli immigrati, era uno statista, un presidente della Camera, un modello per tutte le destre europee. Immaginai che nel 2009 scegliesse di consacrare questo nuovo ruolo con un pamphlet che condensava tutte le sue idee. La destra di governo guidata dal miliardario delle televisioni negava diritti agli italiani? Lui nel suo libro sosteneva il contrario: “Mantenere una legislazione restrittiva nel campo della procreazione assistita significa, quantomeno, non conoscere, o rifiutarsi di farlo, il dramma di tante coppie sterili, per le quali il figlio rappresenta non un capriccio, ma il coronamento di un sogno”.

Questo Fini andava giù duro contro la destra intollerante: “Perché negare questo diritto o renderlo impervio a chi lo desidera fortemente?”. Mi piaceva l’idea che il mio personaggio, al contrario dei leader noiosi della seconda repubblica non scrivesse un saggio pensoso, ma una lettera di piglio brillante, indirizzata ai ragazzi nati nel 1989. In questo libro Fini parlava di tutto con tono leggero ma “alto”, censurava il secolo dei totalitarismi assumendo con spirito colto le categorie di una intellettuale ebraica come Hannah Arendt, censurava sia il nazismo che il comunismo defininedoli “gemelli omozigoti”. Memore del concerto che aveva cambiato il suo destino, il mio Fini sceglieva la caduta del muro di Berlino come metafora della libertà, e citava ancora una volta i versi dei Pink Floyd: “Soli o a coppie/ quelli che davvero ti amano/ camminano su e giù fuori dal muro”. Il Fini che stava prendendo forma nella mia mente citava pensatori liberali come John Stuart Mill, parafrasava Gramsci per forgiare lo slogan “dell’ottimismo della ragione”, bacchettava la sua stessa coalizione sul fine vita, prendendo spunto da un caso di cronaca realmente accaduto, la morte di una giovane alimentata artificialmente di nome Eluana Englaro (“La politica italiana tende ancora a presentarsi non secondo le linee contemporanee del fare, ma secondo quelle novecentesche dell’essere”. Il leader partorito dalla mia fantasia era un paradosso italiano, più carismatico dei dirigenti della sinistra, più moderno dei democratici, più avanzato dei neocomunisti. Scelsi come titolo del saggio: “Il futuro delle libertà”, e fu un altro enorme successo. Dopo la pubblicazione del libro, in una università italiana un ragazzo mi chiese: “Ma lei inventando questo Fini voleva contribuire alla rifondazione della destra?”. Gli risposi che non aveva capito nulla. L’unico epilogo possibile del “Futuro delle libertà” era che contribuisse a risvegliare la sinistra italiana dal suo letargo. Ma questa è un’altra storia.

(Nota: i brani citati sono tutti autentici, e tratti dal libro di Gianfranco Fini “Il futuro delle libertà”, Rizzoli, 200 pp, 16.00 euro)

da Il Fatto Quotidiano n°37 del 4 novembre 2009