Giuseppe Cascini fa il magistrato, lavora a Roma dove è pm, ma vorrebbe essere inglese. Sì, inglese. Perché quando discute di quello che sta accadendo a Bari, dove il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, ha sguinzagliato i suoi ispettori contro i pubblici ministeri che avevano messo sotto inchiesta il suo collega di governo Raffale Fitto, Cascini sembra parlare di una politica e di un’Italia che non c’è più. E che, forse, non c’è mai stata.

“Vede”, dice il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, “io credo che chi fa politica dovrebbe sempre stare un passo indietro quando si occupa di vicende che riguardano lui stesso, il suo partito o i suoi amici. E dovrebbe prestare un po’ di attenzione almeno alle forme. Per esempio: inviare gli ispettori nel giorno stesso in cui è previsto l’inizio di un’udienza preliminare nei confronti di un altro ministro potrebbe essere una coincidenza. Ma se lo fosse sarebbe una coincidenza da evitare. Perchè il rischio che qualcuno pensi che quel’iniziativa intimidisca i giudici è serio. Il Paese non deve pensare che il Guardasigilli tenta di intimidire un giudice”.

Cascini, scandisce bene le parole, e si mette a raccontare una storia che inizia più di vent’anni fa (“è allora che è iniziato il lento processo di erosione dei principi vincolanti della costituzione italiana”, spiega), ma che arriva fino ai giorni nostri. Arriva fino alle sortite del ministro degli Interni, Roberto Maroni, che considera addirittura fuorilegge chi nella magistratura si rivolge alla Corte costituzionale per chiedere un parere sulle nuove norme contro i clandestini. E arriva fino alla notizia, pubblicata da “Il Fatto Quotidiano”, dell’apertura di un procedimento contro Alfano davanti al Tribunale dei Ministri per le sue presunte manovre ai danni delle toghe titolari dell’indagine sull’attuale ministro degli Affari regionali.

A Bari le intercettazioni telefoniche hanno svelato come contro Marco Di Napoli, il procuratore aggiunto che nel 2006 aveva chiesto gli arresti domiciliari per Fitto, fosse in corso una sorta di complotto. Una manovra, con tanto di presunti complici nel governo, tesa ad impedire la sua promozione a procuratore di Brindisi. Cascini la parte penale della vicenda dice di non conoscerla. Ma una cosa la sa benissimo: tenere per mesi sospeso il “concerto” (cioè il benestare non vincolante) come ha fatto il Guardasigilli autorizza “i sospetti”. “Di fronte a una possibile interferenza dell’uomo di governo, di fronte a un possibile interesse privato si dovrebbe richiedere al politico maggiore trasparenza”, dice prima di una meditata pausa: “Ma cosa vuole, questo è il limite della cultura istituzionale italiana: dove ci sono i propri interessi, invece di tenersi lontani ci si ficca dentro”.

Per Cascini, che pure aderisce a Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe, tra maggioranza e opposizione, da questo punto di vista, non ci sono grandi differenze. “L’insofferenza del potere politico nei confronti del potere giudiziario è purtroppo una costante della politica italiana e riguarda tutti gli schieramenti politici. E sempre più spesso si usa il potere d’inchiesta in maniera impropria. Quando ci sono provvedimenti giurisdizionali che non piacciono per ragioni politiche alla maggioranza di governo – penso a una scarcerazione per decorrenza termini o a interventi su materie sensibili come la procreazione assistita o il fine vita – è normale leggere la dichiarazione del ministro pro-tempore che manda gli ispettori, a prendere copia di un provvedimento che è conoscibile da tutti. E lo stesso di si fa quando ci sono in ballo affari sensibili che riguardano imputati eccellenti. Ma è una storia vecchia. L’eccesso di zelo ispettivo ha un inizio preciso: risale al 1995, quando l’allora Guardasigilli, Filippo Macuso, inviò i suoi ispettori alla procura di Milano perchè indagassero su chi aveva seguito l’inchiesta Mani Pulite”. La guerra della politica alla giustizia dura fa insomma ormai parte del vissuto del Paese. I risultati sulla società italiana sono però per Cascini devastanti. “Io credo che una buona parte dell’appannamento dell’immagine degli esponenti politici dipenda anche da questo. È chiaro che un ministro che invia i suoi ispettori a verificare fatti lamentati da un suo collega di governo perde in credibilità. E non fa una gran figura agli occhi di tutti quei cittadini che magari si lamentano ma non hanno lo stesso potere del collega del ministro”.

Il problema dell’immagine, o di quello che può pensare l’elettorato più informato, non è però tra le priorità della classe politica italiana. Il tema che tiene banco, soprattutto nel centro-destra, è invece quello della “governabilità”. Per questo. secondo Cascini, quei magistrati che ancora fanno il loro lavoro vengono visti come un ostacolo da rimuovere. L’ultimo esempio, spiega, è la levata di scudi contro chi tenta d’interpretare le leggi , o chiede lumi alla corte costituzionale: “Il fatto è che si sta facendo strada una cultura premoderna ed autoritaria. Sempre di più si pensa che il sovrano, cioè chi ci governa, debba essere sciolto per legge da ogni regola.

Ma questo accadeva solo molti secoli fa. Guardi cosa sta accedendo con il reato di clandestinità. Non solo Maroni, ma persino il sottosegretario Alfredo Mantovano, un ex magistrato, accusa i giudici di disapplicare la norma solo perché c’è chi ne richiede un controllo da parte della corte costituzionale. Al di là della polemica spicciola questo è preoccupante perchè tutti dovrebbero ricordare come già all’epoca della legge Bossi Fini, la consulta avesse espresso dei pareri in cui si parlava di una probabile incostituzionalità di una legge che avesse punito solo la clandestinità. Ma in questi ricorsi non c’è nulla di sorprendente. Il governo se li sarebbe dovuti aspettare. E invece il ministro Maroni è arrivato a dire che era un reato investire della questione la corte”. Il potere insomma non vuole avere limiti. E di questo ci si può accorgere nel tribunale di Bari, come nei ministeri di Roma, o in parlamento. Il segretario dell’Anm sembra per certi versi disarmato: “Il fatto è che l’insofferenza ai controlli di legalità sta sempre più diventando il vissuto della nostra classe dirigente”. Tutta quanta.

da Il Fatto Quotidiano n°5 del 27 settembre 2009