Combattere le disuguaglianze di reddito con politiche fiscali mirate, con il reddito di cittadinanza e una distribuzione diversa della spesa pubblica, che avvantaggi in modo uniforme le diverse classi sociali. Si occupa anche di questo il Fiscal Monitor del Fondo monetario internazionale presentato nell’ambito dei meeting annuali in corso a Washington. A livello globale, ricorda l’Fmi, la disuguaglianza sta diminuendo, ma all’interno dei singoli Paesi è in crescita. Se da un lato, infatti, le economie in via di sviluppo – in primis Cina e India – si stanno sempre più avvicinando ai livelli di quelle avanzate, riducendo il divario che le separa, dall’altro “soprattutto nelle economie avanzate la disuguaglianza di reddito è aumentata“.

E questo “può minare la coesione sociale, condurre alla polarizzazione politica e per ultimo a ridurre la crescita economica”. Stesso pensiero espresso dal direttore esecutivo dell’Fmi Carlo Cottarelli, intervistato da Repubblica. “Un aumento di salari della classe media porterebbe a una distribuzione del reddito meno squilibrata e ridurrebbe la necessità di indebitamento di quella classe – spiega l’ex commissario alla spending review – Globalizzazione e sviluppo tecnologico tendono a spostare la distribuzione del reddito verso il capitale. Non sarà facilissimo correggere queste tendenze”.

La soluzione per ridurre le disparità, secondo il Fondo diretto da Christine Lagarde, è attuare politiche fiscali adatte. “Dal momento che la ripresa economica globale ha raggiunto un buon ritmo ed è ormai diffusa, i politici hanno una finestra di opportunità per rispondere con riforme che affrontino la disuguaglianza – prosegue l’ente diretto da Christine Lagarde – Il giusto mix di politiche fiscali può fare la differenza”. Infatti nelle economie avanzate “le politiche fiscali compensano circa un terzo della disuguaglianza dei redditi” esistente prima delle imposte e dei trasferimenti. Questi ultimi contano per il 75% dell’effetto positivo. In più “le spese per l’istruzione e la salute influenzano anche le disparità di reddito del mercato nel tempo promuovendo la mobilità sociale, anche attraverso le generazioni”, continua il rapporto.

Che tra gli strumenti per combattere le disuguaglianze cita anche il reddito di cittadinanza. Il dibattito sul cosiddetto Universal Basic Income è “acceso”, riconosce il Fondo, che mette però in guardia sui costi di una misura del genere. Se da un lato il reddito universale può servire per combattere la povertà, dall’altro non sempre è economicamente sostenibile. Oltre a rischiare di “scoraggiare la ricerca di lavoro“, come si legge nel Fiscal Monitor. L’impatto sui conti pubblici di tale strumento è molto variabile, segnala il Fmi, ma i costi lievitano soprattutto nelle economie avanzate. Nel caso di un reddito di cittadinanza pari al 25% del reddito medio pro capite, il conto per le finanze pubbliche può arrivare al 6,5% del pil nel caso dei Paesi economicamente più sviluppati, ma anche al 3,75% nelle economie emergenti e in via di sviluppo.