Il razzismo non c’entra nulla. La persona che il 10 maggio scorso ha gettato la bottiglia molotov che ha ucciso le tre sorelle nel rogo del camper di Centocelle dovrebbe essere di etnia rom. E’ questa la conclusione a cui è giunto il lavoro investigativo e con la quale ci troviamo a fare i conti a 5 mesi dal tragico episodio che ha sconvolto la Capitale.

Da parte nostra, il giorno dopo la tragedia avevamo pubblicamente dichiarato “Davanti a tanto ‘rumore’ Associazione 21 luglio ha scelto dall’inizio la strada del silenzio. Il silenzio rispettoso che meritano i corpi carbonizzati delle tre giovani vittime, lo stesso silenzio che deve accompagnare il lavoro degli inquirenti che alla fine dovranno dirci chi ha ucciso le tre sorelle e soprattutto perché. Perché le tre vittime innocenti non meritano questo caotico seguito e ogni commento non ha significato se svuotato della verità sull’accaduto”.

Con l’arresto dei fratelli Seferovic, avvenuto a Torino, l’evento sembra avvicinarsi alla sua verità e potremmo a breve sapere “chi ha ucciso le tre sorelle e soprattutto perché”. E noi da questa verità investigativa, costruita sui fatti e non sulle emozioni, abbiamo il dovere di ripartire.

Il razzismo in generale coincide con la volontà di considerare una comunità umana o un individuo diverso da noi nel bene o nel male, perché geneticamente è segnato da differenze che lo rendono “altro”. Può essere definito razzista chi disegna una linea tra la “nostra” umanità ed un’umanità “altra”, e da questa linea definisce e motiva differenze comportamentali e culturali, giustificandole e rafforzandole. L’antiziganismo, nella sua specificità, è quel movimento ondulatorio che ci fa vedere nelle persone di etnia rom dei soggetti assolutamente “buoni” o assolutamente “cattivi”, sempre e comunque vittime o sempre e comunque carnefici. A prescindere, senza forme di mediazione, senza sfumature o zone grigie, in una contrapposizione inconciliabile tra un pro e un contro incapace di dialogo e mediazione.

Lo abbiamo visto davanti alle reazioni successive al rogo di Centocelle. Ancor prima che gli inquirenti terminassero le indagini, c’è stato chi si è stracciato le vesti giurando che un rom non arriverebbe mai a compiere un gesto di tale ferocia e chi ha suggerito che la bestialità dell’atto non poteva che essere ricondotta alla furia omicida di stampo rom. Individui e organizzazioni si sono ricompattati nei due estremi in una narrazione che i media hanno faticato a chiarificare.

E’ su questo irriducibile non-compromesso che si costruisce oggi in Italia il razzismo verso i rom. Convincersi che la persona rom, in quanto tale sia un sub-umano – e quindi “brutto, sporco e cattivo” – o ritenere che lo stesso sia invece un super-uomo, incapace di attentare alla vita di bambini innocenti, rappresentano le due facce di una medesima medaglia. E’ duro ammetterlo ma quanti hanno escluso a oltranza la possibilità che un rom, in quanto tale, possa macchiarsi di un infanticidio, hanno al loro interno la stessa carica di razzismo di chi giornalmente vomita odio nei confronti di chi popola il margine urbano all’interno degli spazi denominati “campi rom”.

Quanti da anni pensano di sostenere la “causa rom” insegnando che il popolo rom non abbia mai fatto guerre, non abbia mai esercitato violenza, sia al di fuori del sistema capitalista, non abbia la dimensione temporale del mondo occidentale, oltre a basarsi su elementi fuorvianti e dati storici falsi, esercita e promuove una forma di razzismo strisciante e pericolosa che giunge alle medesime conclusioni di chi pensa di combattere.

La pista investigativa di Centocelle, se confermata, aiuterebbe a fare luce non solo sugli autori dell’omicidio e sul movente ma anche sulle chiavi di lettura che più o meno consapevolmente abbiamo utilizzato per commentare e giudicare l’episodio, Ci dimostra così che in Italia l’antigitanismo è molto più diffuso e radicato di quello che avremmo pensato e neanche un ampio fronte di associazionismo denominato “rom” o “pro rom” ne è immune.

Quanto avvenuto dal 10 maggio ad oggi – al di là dell’esito giudiziario – ci ricorda che il rom non è né al di sotto, né al di sopra dell’asticella che definisce la “razza umana”. Come dappertutto c’è l’eroe e il mostro, il santo e il criminale. Ed in mezzo miriadi di comunità fatte di uomini e donne che nulla hanno di diverso da ciò che noi siamo e ciò che potremo essere. Guardare i due estremi è lo strabismo che ammala il nostro corpo sociale.