Lunedì 9 ottobre: è questa la deadline per le organizzazioni di società civile che vogliono inviare le proprie considerazioni al Comitato Onu contro la tortura (Cat) in merito ai Paesi che verranno esaminati dal Comitato medesimo nella sua sessantaduesima sessione di lavoro a Ginevra.

Di cosa si tratta? Il Comitato cui facciamo riferimento è l’organismo delle Nazioni Unite preposto a monitorare il rispetto della Convenzione Onu contro la tortura da parte degli Stati che vi hanno aderito. Ogni quattro anni, ciascuno Stato è tenuto a presentare una propria relazione sul tema. Il Cat la legge, chiede conto dei punti in dubbio, li discute pubblicamente con il Governo interessato. Le organizzazioni di società civile sono invitate a dire la loro, a presentare a propria volta dei report nei quali esprimono punti di vista che possono coincidere o divergere da quelli governativi.

Quest’anno tocca all’Italia. Nella sessione che si aprirà il prossimo sei novembre, il nostro governo dovrà raccontare alle Nazioni Unite cosa ha fatto per combattere la tortura e gli atri trattamenti e pene inumani o degradanti. Dovrà rispondere alle domande del Comitato e dimostrare di essere in linea con quanto l’Italia stessa si è impegnata a rispettare a livello internazionale.

Certo, non partiamo con il piede migliore. Il quinto report dell’Italia al Cat doveva essere presentato nel lontano 2006. Undici anni di ritardo non mostrano un grande rispetto per gli accordi internazionali a protezione dei diritti umani. Di una simile sciatteria, là dove nessuna sanzione è prevista e dove ci si fonda solo sull’onorabilità del rispettare gli impegni presi di fronte al mondo, il nostro Paese ha purtroppo dato prova più volte. Anche guardando ai contenuti del report mandato a Ginevra, emerge un certo disinteresse a fornire risposte ragionate e dense di significato.

Faccio un esempio: uno dei punti dubbi sul quale il Comitato chiede chiarimenti è se, come previsto dalla Convenzione, qualora un cittadino non italiano che si trovi in Italia sia accusato di tortura dal proprio Paese, l’Italia si adoperi davvero per estradarlo oppure per processarlo nei propri confini. A tale richiesta, la relazione del Governo non fa che copiare tutti gli articoli di legge che riguardano le estradizioni, senza di fatto rispondere alla domanda posta. Quando a breve i rappresentanti delle autorità italiane si troveranno fisicamente a Ginevra, basterà un minimo di faccia tosta e la situazione sarà scampata per altri undici anni.

In questo 2017, tuttavia, qualcosa di nuovo potrà essere raccontato a gran voce dall’Italia al Comitato contro la tortura. Il prossimo mese il governo italiano potrà dire che finalmente, dopo 28 anni di inadempienza, il crimine di tortura fa parte del nostro ordinamento. Si vanteranno di una legge brutta, criticata da tanti, anche da chi i processi su episodi di tortura li ha istruiti, ma potranno adesso sventolare una Gazzetta Ufficiale dove quella parola, per la prima volta, viene introdotta nel nostro codice penale.

Oltre alla sciatteria (colpevole) di un testo di legge lontano da quello che avremmo sperato – e che tuttavia ci batteremo per far applicare – e di un atteggiamento troppo spesso sfrontato nei confronti del sistema internazionale a protezione dei diritti umani, esiste la sciatteria (colpevole) della pratica quotidiana, delle aule di tribunale, della lotta concreta alla tortura. A una di queste sciatterie stiamo oggi assistendo. La prima udienza del secondo processo per la morte di Stefano Cucchi, quello che vede finalmente alcuni carabinieri sedere sul banco degli imputati, era stata fissata per il prossimo 13 ottobre. Il rinvio a giudizio era dello scorso luglio, il tempo tecnico per fare le cose per bene non mancava. E adesso scopriamo che ci sarebbe stato un errore nell’assegnazione del giudice e che dunque la data viene cancellata e va fissata nuovamente.

Nel frattempo si avvicina la prescrizione. “Corri con Stefano”, è lo slogan dell’annuale maratona per il memorial Stefano Cucchi, di cui lo scorso primo ottobre si è tenuta la terza edizione. Purtroppo stanno costringendo lo stesso Stefano a correre, se vuole sperare di avere giustizia. Noi corriamo con lui, con la sua famiglia, con il suo avvocato, con le tantissime persone che in questi anni hanno fatto sentire la loro voce. Antigone ha scritto un proprio report da inviare al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura. Andremo a Ginevra e daremo la nostra versione. Se non accade subito che anche il processo si mette a correre, porteremo l’indignazione dell’intera Italia.