Gestivano i contatti con i mafiosi,  passavano informazioni riservate, addirittura facevano sopralluoghi negli esercizi commerciali finiti nel mirino del racket delle estorsioni. Al servizio del clan dei Rinzivillo c’erano anche due carabinieri. Due militari finiti tra le 37 persone arrestate nella maxi operazione antimafia contro la famiglia mafiosa di Gela, da sempre alleata del sanguinario clan corleonesi. Si tratta di Marco Lazzari e Cristiano Petrone: era grazie a loro se i padrini siciliani riuscivano ad acquisire informazioni dalle banche dati delle forze dell’ordine.

Ma non solo. Perché tra le accuse contestate a Lazzari c’è anche di peggio. Il carabiniere, infatti, avrebbe anche effettuato una serie di sopralluoghi al Cafè Veneto, dell’omonima via nel centro di Roma. Il motivo? Il clan aveva messo nel mirino il titolare del locale, Aldo Berti, che poi ha denunciato la vicenda, ma è stato costretto nel frattempo a versare 180mila euro al clan di Gela. Lazzari, poi, è accusato di aver gestito i contatti  con altri affiliati alla famiglia Rinzivillo: come Ivano Martorana, luogotenente de gelesi in Germania, dove si occupava di spaccio di stupefacenti. Per questo motivo nei confronti di Petroni gli inquirenti hanno ipotizzato il reato di accesso abusivo alle banche dati, mentre a Lazzari è stato contestato anche il concorso esterno in associazione mafiosa.

A inchiodarlo sono le sue stesse intercettazioni. “Io non voglio fa il paladino di Francia, chi s’è esposto più di tutti so io: le notizie, gli avvisi. Io sono in una posizione delicatissima. Lo pijo in culo io“, diceva al telefono. “Via Veneto io l’altro giorno ci so andato. E allora parliamose chiaro: io lo faccio per 10 milioni di euro. Se me scoprono io vado in mezzo alla strada con l’onta che non la toglie nessuno”.  E ancora, riferendosi al boss Rinzivillo: “Io lo rispetto perché è una brava persona, però me so stufato perché qui non navighiamo tutti nell’oro. Se c’era da mangia’ c’era da mangia’ bene tutti”. Parole che per il giudice Anna Maria Fattori sono inequivocabili: “L’indagato professava la sua disponibilità nei confronti del Rinzivillo criticando tuttavia l’assenza di una adeguata remunerazione economica per gli innumerevoli “favori” elargiti tra i quali quelli per superare i limiti derivanti dal regime di sorveglianza al quale è sottoposto Rinzivillo. Confessava di essere assolutamente consapevole del rischio assunto nel fornire informazioni riservate al boss mafioso Salvatore Rinzivillo.”, scrive il magistrato nell’ordinanza di custodia cautelare.

Ma non c’erano solo estorsioni nel salotto buono della Capitale nell’agenda del boss Salvatore Rinzivillo. L’operazione coordinata dalla procura nazionale Antimafia ha il merito di ricostruire come il clan gelese fosse ormai arrivata a gestire le forniture al mercato ortofrutticolo di Roma. La mafia gestiva il business della frutta e della verdura nella Capitale, dunque, mentre aveva intenzione di accaparrarsi il mercato ittico anche a Milano e in Germania. Le indagini di polizia e guardia di finanza hanno dimostrato come esistesse un “patto mafioso” sul commercio di pesce: il boss Salvatore Rinzivillo aveva preso contatti con mafiosi di Mazara del Vallo (dove acquistava il pesce a debito) , con importanti pregiudicati messinesi e perfino con un boss italo-americano come Lorenzo De Vardo di New York, esponente della famiglia mafiosa Bonanno – Catalano di Cosa Nostra noto già ai tempi del maxi processo di Palermo, quello istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

I rapporti più stretti dei gelesi però sono quelli con i clan di Catania: con Francesco La Rocca, storico capomafia di San Michele di Ganzaria, con esponenti del clan dei “Carcagnusi” Mazzei, con Sergio Giovanni Gandolfo detenuto all’estero. Addirittura nel febbraio del 2016, Rinzivillo si era attivato per affidare la tutela legale di Galdolfo all’avvocato Giandomenico D’Ambra del foro di Roma. Anche il legale è finito agli arresti  con l’accusa di concorso esterno a Cosa nostra ed è definito dagli investigatori “l’archetipo dell’esponente della cosiddetta area grigia“.