Da un lato c’è la procura di Roma che, sulla base di una consulenza medico legale, accusa l’ospedale San Raffaele di Milano di aver fornito un cuore “non idoneo” per il trapianto avvenuto in un paziente 50enne morto pochi giorni dopo l’intervento. Dall’altro ci sono i medici dell’ospedale San Camillo di Roma – dove è stato effettuato l’impianto e dove il paziente è deceduto – che sostengono che l’organo fosse “in condizioni perfette”. Il caso, che risale al settembre 2016, è finito al centro di un’inchiesta a carico di ignoti aperta a Roma e passata per competenza territoriale a Milano.

La vicenda – L’uomo che è stato sottoposto al trapianto, un 50enne romano, era gravemente malato e i medici, scrive Repubblica, gli avevano dato un anno di vita. A settembre 2016 riceve una chiamata dal San Camillo, che lo informa che c’è un organo disponibile. L’uomo è subito rientrato dalla villeggiatura con la famiglia e viene operato dall’equipe dell’ospedale romano, che nel frattempo era volata al San Raffaele di Milano per prelevare l’organo. Dopo cinque giorni, però, il 50enne è morto per insufficienza cardiaca. La procura di Roma ha aperto un’inchiesta sulla vicenda. Per gli inquirenti, scrive Il Messaggero, “la responsabilità del decesso sarebbe imputabile alla commissione medica” dell’ospedale milanese, che “ha dichiarato l’organo idoneo per il trapianto”.

“L’organo era nelle condizioni di essere trapiantato” – Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti, ha difeso la procedura di valutazione dell’organo e ha spiegato: “Il cuore trapiantato nell’uomo che è deceduto dopo un trapianto era risultato normale dalla coronarografia, cioè nelle condizioni di essere trapiantato. Il donatore, un 46enne, – ha aggiunto – aveva auto un arresto cardiaco in una piscina ma successivamente aveva ripreso a battere normalmente”. La morte del donatore non è avvenuta a causa dell’infarto ma a causa dei danni cerebrali riportati. I successivi controlli avevano poi accertato la normale funzione cardiaca dell’uomo. Il trapianto è quindi avvenuto nei tempi stabiliti.

“L’organo era in condizioni perfette, sano e con tutti i parametri per poter essere essere impiantato”, ha confermato in conferenza stampa il direttore dell’unità di cardiochirurgia del San Camillo, Francesco Musumeci , bollando come “totalmente falso” il fatto che il cuore fosse malato. “Purtroppo – ha aggiunto Musumeci – il trapianto di cuore non può mai essere a rischio zero e il ricevente era in condizioni particolarmente critiche, con malattie croniche, e aveva anche impiantato un defibrillatore”. Il decesso, avvenuto il 4 settembre dell’anno scorso, era già stato oggetto di un audit da parte del Centro nazionale trapianti il 21 settembre dello stesso anno. E la funzionalità del cuore utilizzato, in base alle analisi realizzate, era stata confermata. In quell’occasione, ha aggiunto Musumeci, erano state avanzate cinque ipotesi sul decesso, tutte legate a possibili complicanze. La morte potrebbe essere stata causata da un rigetto iperacuto, una risposta infiammatoria sistemica o altre complicanze.

Il San Raffaele di Milano ha fatto sapere di avere già avviato “verifiche interne per ricostruire l’accaduto. In questo momento stiamo mettendo insieme tutti gli elementi per ricostruire la vicenda”. L’ospedale del gruppo San Donato sta preparando una posizione più dettagliata sul tema.

“Errore tragico ma inaccettabile” – Sulla vicenda si è espresso anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che ha annunciato “immediate procedure di controllo e verifica”. “Si tratta di una notizia gravissima“, ha commentato ancora a Circo Massimo su Radio Capital, ma anche “singolare per un sistema come quello italiano. Noi – precisa infatti il ministro – con il Centro nazionale trapianti (Cnt) abbiamo procedure di massima sicurezza fra le migliori al mondo. Mi sembra uno di quegli errori tragici, ma anche inaccettabili. Vedremo se ci sono state delle falle e agiremo di conseguenza”.