Era nell’aria da settimane, finalmente l’annuncio è arrivato. Il primo ministro giapponese scioglierà le camere giovedì prossimo, 28 settembre, convocando elezioni anticipate entro la fine di ottobre. Obiettivo di Shinzō Abe è ottenere un mandato che permetta al suo governo di coalizione di affrontare quella che lo stesso primo ministro definisce una “crisi nazionale” determinata dalle provocazioni della Corea del Nord e di arrivare a una riforma della costituzione che espanda ulteriormente il ruolo dell’esercito entro il 2020.

Nell’annunciare lo scioglimento delle camere Abe ha promesso un nuovo pacchetto di stimoli economici da 2mila miliardi di yen — circa 15 miliardi di euro. Forte dei dati sull’occupazione — la disoccupazione è ferma al 3 per cento su base nazionale, mai così bassa dal dopoguerra — il premier intende rilanciare il suo programma economico espansivo, la cosiddetta “abenomics”. Le elezioni anticipate rimangono una scommessa, ma il momento è politicamente propizio: dopo mesi di calo nei consensi — a luglio il tasso di approvazione è calato al 26 per cento, record minimo negli ultimi cinque anni — le quotazioni dell’attuale amministrazione hanno registrato un “rimbalzo”.

L’ultimo test nucleare di Pyongyang a inizio settembre e il lancio di due missili che hanno sorvolato il Giappone, il 28 agosto e il 15 settembre scorsi, hanno messo in secondo piano le polemiche che circondavano l’amministrazione Abe, da poco uscita dal quarto rimpasto in poco meno di cinque anni. Sono state soprattutto le rivelazioni sul ruolo del primo ministro e della first lady Akie nella concessione di terreni dismessi dallo Stato a prezzi di favore ad operatori del settore educativo — di chiare posizioni nazionaliste — vicini agli Abe a mettere a rischio la tenuta del governo.

Altre misure approvate nell’ultimo anno dal governo di Tokyo — come la legge contro la cospirazione, entrata in vigore a inizio settembre ma ritenuta da ampie fette dell’opinione pubblica lesiva della privacy —  e l’insistenza sul tema della riforma dell’articolo 9 della costituzione — che sancisce la rinuncia eterna alla guerra come metodo di risoluzione delle controversie — rispetto ad altri temi — come la crescita delle diseguaglianze economiche o la relativa inefficacia di politiche strutturate di assistenza alle madri lavoratrici — hanno contribuito all’impopolarità dell’attuale amministrazione.

Il malcontento ha poi investito, oltre al primo ministro, anche altri membri dell’amministrazione, come l’ex ministra della difesa Tomomi Inada, accusata di aver mentito circa alcuni rapporti sui rischi a cui le Forze di autodifesa nazionale sono esposte in Sud Sudan nell’ambito delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Alcune modifiche all’interpretazione dell’articolo 9 della costituzione giapponese permettono l’invio di truppe all’estero in missioni sotto l’egida dell’Onu in funzione dell’autodifesa collettiva, a patto che non vi siano situazioni di palese conflitto armato.

Questi fattori, sommati, hanno favorito la débâcle del Partito liberaldemocratico — di cui Abe è presidente — e il moltiplicarsi di voci sulla imminente successione all’attuale leader. La crisi del partito che oggi detiene un’ampia maggioranza in entrambe le camere si è riflessa a luglio di quest’anno nelle ultime elezioni per l’assemblea metropolitana di Tokyo, dove il partito Tomin First — “Prima i tokyoiti” — della governatrice Yuriko Koike, ex dirigente dei liberaldemocratici e ministra della Difesa, ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi. Proprio dal nuovo partito della governatrice, nominata quest’anno tra le 100 personalità più influenti del mondo dalla rivista Time, arriva la minaccia più consistente al partito del premier.

Con una mossa a sorpresa, che però lasciava presagire l’imminenza di nuove elezioni, è arrivata nelle ultime ore la conferma della formazione di un nuovo partito, il “Partito della speranza”, dal nome della scuola politica fondata dalla stessa Koike. Discorso opposto invece per quello che nei sondaggi è dato come il terzo partito nazionale, il partito democratico, al governo del paese tra il 2009 e il 2012. Dopo le dimissioni della prima presidente donna, la nippo-taiwanese Renho, diventata popolare per il suo stile politico incalzante, la formazione ha trovato un nuovo leader, l’ex ministro degli Esteri Seiji Maehara, ma  a stretto giro ha dovuto affrontare uno scandalo interno su presunti affari extraconiugali che hanno riguardato la responsabile delle politiche del partito Shiori Yamao, ex magistrato e accesa avversaria del primo ministro Abe in parlamento.