Arrivata alla fine della sua programmazione nei cinema di Roma a causa di una mia sofferta e prolungata convalescenza, finalmente sono riuscita a guardare La vita in comune del garbato, gentile, schivo e raffinato Edoardo Winspeare che conosco personalmente e stimo dal primo film. Anche per questa sua ultima opera l’ambientazione è la nostra comune terra d’origine, il Salento, un microcosmo che il regista continua a scandagliare con ostinazione trovando in alcuni casi peculiarità sue proprie, in altri situazioni possibili anche altrove.
Ero molto incuriosita dal genere ‘commedia’ con cui è etichettato questo titolo presentato nella sezione Orizzonti dell’ultimo Festival di Venezia, dove si è aggiudicato il premio della Federazione italiana dei Cineclub.

E in effetti gli spunti per ridere sono numerosi, ma si trasformano subito in sorrisi amari, soprattutto per chi riconosce come più che verosimili troppi di quegli aspetti drammatici e decadenti che qui sono dipinti con umorismo o con dolce e delicata poesia. Non viene tralasciato nessuno dei temi ‘scottanti’ di questi anni in cui il Salento è tanto di moda per chi viene a trascorrervi amene vacanze estive o chi, straniero o solo forestiero, acquista e ristruttura case e masserie tipiche in cui vivere tutto o parte dell’anno. E in questo film, girato in dialetto stretto sottotitolato (pur conoscendo la lingua ho continuato a leggere comunque i sottotitoli), ci sono richiami più che subliminali a temi di ecologia, come quando si discute di costruzioni selvagge auspicate da alcuni consiglieri comunali speculando sul paesaggio a danno della natura, oppure attraverso il ricorrente vagheggiato ritorno della foca monaca, o nella scena dei rifiuti abbandonati per strada da un paesano che, minacciato dal bossetto locale redento, rimette tutto in macchina, o infine in quel progetto strampalato e ingenuo dello zoo di paese da realizzare riunendo gli animali dei suoi concittadini.

Sullo sfondo dell’immaginaria Disperata, dal nome molto simile all’esistente Depressa, che il regista conosce molto da vicino, il minuscolo bar del minuscolo borgo è il teatro sul cui palcoscenico i suoi quattro avventori recitano un copione di vita lenta, fissa, ferma, statica, piccola, poca, vera, amara.

Dei due delinquentelli scarsi di paese, i fratelli Angiolino e Pati Rrunza (Antonio Carluccio e Claudio Giangreco), che hanno aspirazioni da grandi boss, l’uno si redimerà grazie a una telefonata del Papa di cui accoglierà alla lettera il messaggio di fare il bene per il Creato, l’altro per ‘colpa’ della poesia che conosce in carcere grazie alle lezioni di letteratura del suo sindaco Filippo Pisanelli (Gustavo Caputo, produttore e attore di alcuni dei film di Winspeare). Pati comincerà a scrivere elementari componimenti nei quali parlerà ripetutamente di quel cane che lui stesso ha ucciso durante la rovinosa rapina causa del suo arresto. Colmo di gratitudine rincorre un improbabile rapporto di ‘amicizia’ con Filippo, politico con poca fiducia in se stesso, amante dei poeti e innamorato in silenzio dell’assessore Eufemia Protopapa (Celeste Casciaro), donna forte e determinata. Proprio tramite il suo ruolo nel carcere Pisanelli diventerà la chiave dei cambiamenti reali o sperati di questa comunità.

Meno incisivi e quasi in secondo piano i giovani: Lillino, dolce ragazzo stordito dalla guerra, innamorato degli animali, gli unici con i quali comunica; la cassiera del supermercato, ragazza senza grilli per la testa di cui si innamora il figlio della consigliera e di Pati, Biagetto (Davide Riso), un adolescente sgraziato e conscio della sua impossibilità di conquistarla, in balia prima degli insegnamenti dello zio volti a farlo diventare un delinquente e poi dell’influenza del padre redento che gli insegna ad aspirare all’amore prima che al rispetto.

Una narrazione sempre sul filo del surreale e dell’onirico, che si apre e si chiude con la metaforica immagine di una lumachina. Squadra vincente non si cambia, e in effetti qui come in passato ritroviamo protagonisti già visti in precedenza nei film di Winspeare. Tra di essi attori non professionisti più veri che mai in una produzione che ha fatto leva anche su un crowdfunding popolare (nei titoli di coda i nomi di coloro che hanno contribuito) e che vanta una colonna sonora bellissima, sospesa e sognante, con le musiche originali di Mirco Lodedo.

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