Caro amico che vivi all’estero,

io sono tornato nel mio Paese ormai da sette anni e ci sono tornato nella speranza di cambiarlo assieme agli altri. Sono sempre stato convinto che la nostra Costituzione va difesa a tutti i costi, non solo perché ho ricevuto questo mandato da mio padre partigiano, ma perché, come afferma JP Morgan, è di stampo socialista. E’ l’argine a difesa del lavoro come elemento fondamentale della nostra vita. Non a caso, il suo primo articolo recita che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non scrissero, quei partigiani, “L’Italia è una Repubblica fondata sulla crescita, fondata sulla ricchezza, o fondata sul PIL, o fondata sulla finanza”.

Lavoro, “fondata sul Lavoro”, che doveva essere garantito a tutti. Oggi sembra che questa parola, non abbia più un significato. Si è mutato il senso del lavoro, quando si notano le code di uomini e donne, qui al Sud che affollano, anche di mattina presto, i centri di scommessa, i tabaccai con gli schermi del Lotto. Giocano con la speranza di vincere qualche euro per mettere il piatto in tavola. Quel popolo di formiche si è rarefatto lasciando spazio a una moltitudine di giocatori. Sembra un Paese dei balocchi, dove tutti hanno affidato la propria vita alla speranza di grattare il futuro.

Lo so, caro amico, che sto esagerando, che non è proprio così. Che c’è ancora spazio per indignazione, che c’è margine per cambiare, che “ogni giorno il sole continuerà a sorgere”. Ma ti prego di credermi, tutto sembra un gioco. E quando la vita è un gioco, allora, senza che tu te ne accorga, spesso diventa “in gioco”. Qui, al Sud, trovi code alla poste la mattina alle 4.00, nel fatidico giorno prima del pagamento delle pensioni, tanto che un regista intelligente potrebbe realizzarci un film documento dal titolo “La notte delle pensioni”.

Le storie che ascolti in quelle notti tra pensionati insonni, raccontano di un Paese senza speranza, di stenti e di salute che manca, che contrasta con lo splendore dei matrimoni sulla costa e degli ospiti illustri a Polignano negli agosti pullulanti di turisti. Ma è a settembre che un luogo dimostra la sua vera natura. Davanti alle scuole che riaprono sempre più fatiscenti e senza che la famosa manutenzione promessa abbia mostrato un cantiere qualsiasi. Con i problemi di sempre, con le classi affollate e i professori che mancano, con i nostri giovani pieni di futuro negli occhi e un biglietto in tasca pronto per l’estero. Eppure, i dati Istat raccontano un paese proiettato in avanti.

Ma alla prima pioggia importante viene giù tutto, e in proporzione si contano più vittime di quante ne ha fatte Irma in America o il terremoto in Messico. E’ squillata la prima campanella anche in Rai, e non ci saranno la Gabanelli, Gazebo ed il lunedì sera di Vespa (unica buona notizia). Troveranno buoni supplenti? Intanto siamo tutti vaccinati e maturi per affrontare l’anno che verrà. Tutti dicono che si riparte dalla Sicilia, come quando l’Italia la mise in piedi Garibaldi.

Sarà, caro amico, ma alle ripartenze ormai non ci crede più nessuno e abbiamo fatto anche quest’anno il record di partenze all’estero dei nostri giovani. Sento trolley che rumoreggiano sui marciapiedi: non sono turisti che vanno via, sono giovani italiani che vanno all’estero a studiare, cercare lavoro. Oppure sono quelli che noi chiamiamo “vu cumprà” quando arrivano qui da noi e che adesso possiamo chiamare i “Chissà”, quando vanno a Londra, Berlino, in Australia o Canada. Sì, i “chissà”, perché è una generazione in cui nulla è certo e resta solo un misero “chissà” finanziato da quel nonno che sta in piedi alla posta dalle 4 del mattino.