Non sarà un caso che per comporre il giustamente famoso brano “Insieme a te non ci sto più” sia dovuto intervenire un avvocato, ancorché nelle vesti di autore della musica, nella persona del prestigioso collega Paolo Conte. Una frase impegnativa, quella, che sovente finisce la sua folle corsa schizzando di sangue le incolpevoli pagine dei giornali. Le guerre iniziano ma, un giorno, finiscono. Sotto i cieli, tuttavia, vi è una guerra che è iniziata all’alba dei giorni e che, pervicace quanto perfida, si protrae fino ai giorni nostri e s’insinua nelle case, nelle strade, in mezzo agli abitati e nelle brulle campagne, ma non disdegna – anzi – i volgari lidi commerciali e le sabbie dall’incerto colore. Si fa vedere di giorno, ma non teme la notte; quale miglior rifugio per i vampiri la cui sete di sangue non sembrerebbe mai placarsi?

Non è una guerra per negazionisti, perché le prove si trovano sempre, da ultimo, un fanciullo di appena dieci anni che ha visto ardere la madre nella pira infuocata dal padre. È la guerra dei sessi, che poggia su due pilastri, tanto per non smarrire l’equilibrio: uno è la schiavitù della donna, l’altro l’anelito delle donne alla libertà e la difficoltà della società a tenerne conto. Il primo, la subordinazione domestica degli interessi della donna a quelli dell’uomo, è così evidente da diventare sufficientemente invisibile da non essere mai menzionato; il secondo riguarda il terrore dell’uomo ad un confronto vero con la donna ed il retaggio culturale duro ad esser sconfitto. Combinato disposto, all’apparenza innocuo e nei fatti micidiale, ma che finisce inevitabilmente per accendere la miccia del crimine.

Passi avanti se ne sono fatti, ma solo sul piano delle pandette. In Europa, la legge 27 giugno 2013, n. 77, in ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l’11 maggio 2011, che definisce (art. 3) la “violenza nei confronti delle donne” alla stregua di una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne. In Italia, la legge sul femminicidio del 15 ottobre 2013, n. 119, alla cui votazione ben tre partiti si sono astenuti dal partecipare, introduce delle importanti misure di prevenzione, che ci si augura siano solo l’inizio.

Ignorare i segni premonitori, trovare alibi e scusanti, costituisce in sé non un errore, ma un peccato d’omissione. Le forze dell’ordine, gli operatori sanitari, dovrebbero essere sensibilizzati sulla sindrome che conduce alla violenza sulle donne, allo scopo di formare degli specialisti che intervengano nella fase della prevenzione. Perché è certamente meglio che intervengano loro anziché le pompe funebri.