“Ho il piacere di informarvi che ho appena dato il mio pieno perdono allo sceriffo Joe Arpaio, patriota americano di 85 anni. Ha mantenuto sicuro l’Arizona!” Dopo averlo annunciato nel corso di un rally a Phoenix, Donald Trump l’ha fatto. Ha perdonato Joe Arpaio, il vecchio sceriffo, e suo strenuo sostenitore, che lo scorso luglio era stato condannato per disprezzo della corte. Arpaio aveva infatti ignorato l’ordine di un giudice federale che gli chiedeva di smettere di arrestare le persone esclusivamente sulla base del sospetto di immigrazione clandestina. Nelle stesse ore, Trump ha firmato anche la misura che proibisce ai transgender di servire nell’esercito. Due provvedimenti che hanno soprattutto un obiettivo: cementare la base bianca e conservatrice di Trump.

Il perdono per Arpaio era atteso ma comunque molto contestato. Il presidente degli Stati Uniti ha infatti un potere di perdono illimitato e già nel passato molti presidenti l’hanno usato in modo sconsiderato e con motivazioni puramente politiche. In questo caso però – come spesso succede con Trump – c’era qualcosa di più e di diverso. È infatti consuetudine del Dipartimento alla Giustizia di prendere in considerazione richieste di perdono dopo cinque anni dalla sentenza – e dopo che il condannato abbia manifestato una qualche forma di rimorso per il suo reato. Nel caso di Arpaio, queste circostanze non si hanno. Lo sceriffo doveva ricevere la sua sentenza il prossimo 5 ottobre e ha sempre rivendicato con orgoglio quanto fatto. “Se possono farla pagare a me, possono farla pagare a chiunque in questo Paese”, aveva detto Arpaio a Fox News mercoledì scorso.

Il fatto è che il bromance tra “lo sceriffo più duro d’America” e il presidente è ormai saldo e antico; e Trump ha sempre dimostrato di saper premiare gli amici – almeno sino a quando questi non esprimano dubbi e riserve. Arpaio è stato tra i primi e più entusiasti sostenitori di Trump. Ha partecipato a molti eventi elettorali dell’allora candidato alla presidenza. Lo ha definito “un gran patriota”, appoggiando le sue proposte sull’immigrazione, anzitutto la costruzione del Muro, e alimentando critiche e sospetti sugli avversari democratici. Arpaio è stato, tra le altre cose, un divulgatore della teoria secondo cui Barack Obama non è nato negli Stati Uniti e quindi non avrebbe potuto servire come presidente. Non è stata dunque una sorpresa ritrovare Arpaio alla Convention repubblicana che lo scorso luglio ha incoronato Trump candidato alla presidenza. Dal podio, con il favore del prime time televisivo, Arpaio rilanciò la sua ricetta del law and order.

E’ comunque da anni, ben prima dell’ascesa politica di Trump, che Arpaio occupa le cronache americane. Nato in Massachussetts da genitori provenienti dalla provincia di Avellino, Arpaio ha trovato fama e fortuna in Arizona con l’elezione a sceriffo della contea di Maricopa (dal 1993 fino al 2016). I suoi metodi piuttosto sbrigativi e la gestione personalistica del ruolo di sceriffo gli hanno conquistato critiche e nemici. Negli anni, Arpaio è stato accusato di abuso di potere, mancate indagini su crimini sessuali, favori, chiusura arbitraria di inchieste, violazioni delle leggi elettorali. La vera notorietà nazionale – e per certi versi anche internazionale – gli è venuta però con la questione immigrazione, su cui a partire dal 2005 Arpaio ha assunto posizioni sempre più restrittive. Sono rimaste famose le retate nei quartieri a prevalenza di residenti latini e nei posti di lavoro che impiegavano molti ispanici. Gli uomini di Arpaio arrivavano con l’ordine di radunare le persone con la pelle scura, arrestarle sulla base della sola presunzione di essere clandestini e solo in un secondo tempo controllarne la posizione.

Altre misure di Arpaio sono state più folkloristiche, ma non meno dolorose da sopportare per chi è caduto nella rete. Lo sceriffo ha reintrodotto i lavori forzati per i suoi detenuti. A questi sono stati serviti solo due pasti al giorno, spesso con cibo proveniente da associazioni anti-povertà. Gli stessi detenuti sono stati costretti a indossare biancheria intima rosa: un modo, secondo Arpaio, perché i capi di abbigliamenti non venissero poi rubati (lo sceriffo ne ha poi fatto anche un piccolo business, vendendo mutande rosa con il logo della Maricopa County e la frase “Go Joe”, salvo poi rifiutare di dichiarare come venivano spesi i fondi così raccolti). Altra iniziativa di Arpaio è stata la creazione di una tent city, descritta dallo stesso uomo di legge come un “campo di concentramento”. Si trattava di una grande tenda, estensione dei locali tradizionali della prigione di contea, riempita di migranti clandestini in condizioni spesso estreme. Di fronte alle proteste di detenuti e gruppi per i diritti civili (nella tenda, d’estate, si arrivava anche a 63 gradi), Arpaio rispose che “in Iraq ci sono 50 gradi e i nostri soldati vivono in tende e non hanno commesso alcun crimine quindi chiudete la bocca”).

Era piuttosto ovvio che un soggetto di questo tipo sollevasse critiche, polemiche e molte denunce, soprattutto per abusi, violenze e comportamento anti-costituzionale. Ed era altrettanto ovvio che Arpaio trovasse in Trump (che all’inizio della sua parabola politica definiva “ladri e stupratori” i messicani che passavano la frontiera con gli Stati Uniti) un fratello d’elezione, simile nei modi sbrigativi, nel parlare chiaro, nel predicare legge e ordine. Quei modi e le continue polemiche sono costate ad Arpaio la rielezione a sceriffo della contea (è stato battuto dal democratico Paul Penzone, nel 2016, dopo 23 anni di regno ininterrotto), ma non gli hanno alienato l’affetto e la riconoscenza di Trump, che è intervenuto e lo ha salvato da una sentenza di condanna per le continue retate di ispanici, al di fuori di qualsiasi garanzia costituzionale ed effettiva pericolosità delle sue vittime.

Il perdono ad Arpaio è destinato con ogni probabilità ad acutizzare tensioni e contrasti esplosi dopo Charlottsville. Trump continua per la strada che gli ha guadagnato le critiche dei democratici e della sinistra ma anche l’invito di molti repubblicani a moderare i toni. Il presidente probabilmente pensa che spingere sulla retorica dell’ordine e dei vecchi valori gli conquisti i consensi non soltanto della sua base più conservatrice ma anche della maggioranza degli americani. In questo senso va la firma del provvedimento che blocca l’entrata nell’esercito ai transgender. Trump ha chiesto ai suoi militari di interrompere il processo di progressiva integrazione avviato nell’era Obama e di smettere di utilizzare “risorse del Dipartimento alla Difesa per offrire trattamento medico ai singoli transgender che servono attualmente nell’esercito”. La misura di Trump avrà con ogni probabilità ripercussioni proprio sui transgender che sono già parte delle forze militari USA e che da ora in poi vivranno in uno spiacevole limbo personale e legislativo.