C’era il suo dna sui resti del gilet esplosivo azionato da Brahim Abdeslam al Compton Voltaire e sulla cintura abbandonata da suo fratello Salah a Montrouge, la notte del 13 novembre 2015. Sui documenti risulta come Ahmad Alkhald ed è considerato l’artificiere che ha confezionato gli ordigni usati per le stragi di Parigi e Bruxelles. Ora il suo nome spunta anche per la strage di Barcellona: secondo fonti d’intelligence, agli inizi di luglio ha incontrato a Marsiglia due membri della cellula, tra cui l’ideologo del gruppo Abdelbaki Es Satty, per insegnare loro a maneggiare il Tatp e costruire un ordigno con le 120 bombole di butano ammassate nella casa di Alcanar. Un altro tassello in un puzzle che, se l’ipotesi fosse confermata, andrebbe sempre più allargandosi: il gruppo di ragazzini indottrinati dall’imam di Ripoll era in contatto con personaggi di altissimo livello della rete jihadista europea.

Washington lo considera un “leader di Isis“. Il 17 agosto, stesso giorno degli attentati, il Dipartimento di Stato Usa lo aveva inserito insieme ad Abu Yahya al-Iraqi nella lista dei Specially Designated Global Terrorists (la stessa in cui figura Abu Bakr Al Baghdadi) in base alla “sezione 1(b) dell’ordine esecutivo (EO) 13224. EO 13224”, che “impone severe sanzioni ai cittadini stranieri che hanno commesso, o sono in grado di commettere, atti di terrorismo che minacciano la sicurezza dei cittadini statunitensi o della sicurezza nazionale, della politica estera o dell’economia degli Stati Uniti”. Un provvedimento emanato per bloccare tutti i suoi beni e partecipazioni soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti allo scopo di “impedire l’accesso alle risorse necessarie a pianificare e compiere altri attacchi terroristici”. Siriano, Alkhald è ricercato a livello internazionale ed è oggetto di un mandato d’arresto francese.

È stato emanato il 20 dicembre 2016 dal giudice istruttore francese insieme a quello destinato a Osama Krayem, detenuto in Belgio, considerato uomo di collegamento tra i gruppi di Parigi e Bruxelles e considerato dagli inquirenti preziosa fonte di informazioni. Le generalità di Ahmad Alkhald, nato il 1° gennaio 1992 ad Aleppo, compaiono sul passaporto siriano a disposizione delle autorità francesi, che lo ritengono falso. Il ricercato era stato registrato con quel nominativo il 20 settembre 2015 come rifugiato sull’isola di Leros, in Grecia. Pochi giorni dopo, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre, annotano ancora gli inquirenti, si era incontrato a Ulm, in Germania, con Salah Abdeslam, unico rimasto in vita degli attentatori che colpirono la capitale francese, che gli aveva consegnato una falsa carta d’identità belga intestata a Yassine Noure, realizzato nel laboratorio di Saint-Gilles, nel quale erano stati confezionati i documenti fasulli utilizzati dagli autori degli attacchi.

Nel mandato d’arresto i giudici registrano che tracce del suo dna erano state rinvenute sui resti del gilet esplosivo azionato da Brahim Abdeslam al Compton Voltaire e sulla cintura abbandonata da suo fratello Salah a Montrouge, la notte tra il 13 e il 14 novembre 2015, quella in cui la cellula seminò il terrore a Parigi. In quelle ore Alkhald si trovava in Belgio, dove aveva riparato dopo l’incontro con Salah. Era in compagnia di Najim Laachraoui, esperto di esplosivi, considerato creatore degli ordigni usati nella capitale francese: secondo Krayem, li avrebbe confezionati proprio con l’aiuto di Alkhald. Che mentre i suoi compari scatenavano l’inferno a Parigi, era riuscito a lasciare la Francia: il 16 novembre si trovava a bordo di un volo Vienna-Ankara, con scalo a Istanbul. I report di Washington lo ritrovano in Siria, da dove, prosegue il Dipartimento di Stato Usa, “ha continuato a guidare gli operativi dell’Isis in Europa nel confezionare gli ordigni usati negli attacchi di Bruxelles del 22 marzo 2016“.

Quel giorno a farsi esplodere nell’aeroporto di Zaventem era stato Laachraoui, maestro nel distillare il perossido di acetone, l’esplosivo altamente instabile detto Madre di Satana ritrovata anche nel covo di Alcanar. Laachraoui considerava Alkhald un’autorità in materia: lo registrano gli inquirenti, annotando l’esistenza di una conversazione registrata tra i due destinata a essere ascoltata a Raqqa e rinvenuta sul pc portatile ritrovato lo stesso giorno in un cassonetto dell’immondizia non lontano dall’ultimo nascondiglio dei terroristi in rue Max Roos, a Schaerbeek. La registrazione riporta le voci di Laachraoui e di un uomo indicato come “Mahmoud“: secondo gli investigatori si tratterebbe di Alkhald Ahmad. Il cui dna era stato rinvenuto anche in altri due covi, quello in rue du Fort, a Charleroi, e quello in rue Radache ad Auvelais.

Nello stesso periodo nella capitale belga gravitava un altro protagonista dell’inchiesta spagnola: Abdelbaki Es Satty, l’imam che a Ripoll aveva riunito attorno a sé Moussa Oukabir, Younes Abouyaaqoub e gli altri ragazzini del commando che ha seminato morte e terrore a Barcellona e Cambrils: aveva fatto richiesta di lavorare in una moschea di Diegem, una manciata di chilometri a sud di Vilvoorde, tra i centri nevralgici del jihadismo europeo: quando però l’imam gli aveva chiesto il certificato penale (era stato in carcere a Castellon dal 2010 al 2012 per reati legati al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), si era dissolto nel nulla.