Faceva il garzone in macelleria. Prima di lasciare la Spagna alla volta di Nassiriya, dove si sarebbe lanciato con un camion imbottito di esplosivo contro un gruppo di soldati italiani uccidendone 19, Bellil Belgacem aveva lasciato tutti i suoi oggetti personali e i documenti in casa di Mohamed Mrabet Fahsi, che della macelleria era il padrone. In quella stessa casa la polizia aveva ritrovato i documenti di Abdelbaki Es Satty, l’imam che le autorità catalane considerano ‘mente’ della cellula che voleva far esplodere la Sagrada Familia a Barcellona. Da quella casa di Vilanova i la Geltru, 50 chilometri a sud dalla capitale della Catalogna, passa un filo rosso che parte dall’eccidio dei militari italiani del 12 novembre 2003 in Iraq, transita per l’attacco di Atocha dell’11 marzo 2004 a Madrid e arriva al furgone che il 17 agosto ha ucciso 13 persone sulla Rambla. Un particolare che rafforza l’idea degli investigatori secondo cui la cellula “aveva contatti con altri Paesi europei”.

L’operazione Chacal
Fahsi, il macellaio di Vilanova, era la mente delle due cellule che egli stesso aveva creato a metà del 2003 come parte del Gruppo islamico combattente marocchino (Gicm), con ramificazioni in Francia, Belgio, Olanda, Algeria, Marocco, Turchia, Siria e Iraq e accusato di aver preparato il massacro dell’11 marzo 2004 a Madrid nel quale morirono 192 persone. Per il ministero dell’Interno spagnolo era stato lui a convincere Belgacem a diventare mujaheddin, fare della guerra santa il suo orizzonte di vita e farsi esplodere contro la base di Nassiriya uccidendo 12 carabinieri, 5 soldati dell’esercito e 2 civili italiani. La polizia aveva fermato Fahsi solo nella notte del 10 gennaio 2006. Quel giorno, in due operazioni simultanee tra la Catalogna, Madrid e i Paesi Baschi denominate Chacal e Camaleon-Genesis, finirono dentro 15 cittadini marocchini, 3 spagnoli, un turco e un algerino. Tra loro l’imam della moschea locale Mohamed Samadi e un uomo di nome Mostapha Es Satty.

Il documento di Es Satty
Gli agenti uscirono dal palazzo portando con sé casse di documenti trovati in stanze “piene zeppe di carte”: centinaia di pagine scritte in arabo, francese e inglese, documentazione “molta e buona” secondo gli inquirenti, in grado di “estendere l’inchiesta a più fronti”. Ora un rivolo minuscolo di quella indagine potrebbe collegarsi a quella sulla strage di giovedì. Nella sentenza di primo grado è scritto nero su bianco che tra le carte sequestrate a Fahsi c’erano anche le fotocopie dei documenti di Abdelbaki Es Satty, la ‘mente’ della strage sulle Rambla nonché cugino di quel Mostapha finito a processo dopo le operazioni del 2006 e poi assolto.

Le assoluzioni
Il 13 gennaio 2010 l’Audiencia Nacional aveva condannato in primo grado 5 dei 7 mandati a processo a un totale di 34 anni di carcere: Omar Nachka a 9 anni, Fahsi a 7, Saffet Karakoc a 8, Djmel Dahmani e Redouan Ayach a 5 per integrazione e collaborazione con organizzazione terrorista per aver reclutato kamikaze da inviare in Iraq a commettere attentati. E qui il filo rosso prende di nuovo la direzione della capitale iberica: secondo la Audiencia il leader del gruppo, Omar Nachka, aveva aiutato la fuga dalla Spagna di uno degli autori materiali degli attentati alle stazioni di Madrid, Mohamed Belhadj, fornendogli un passaporto e 700 euro in contanti. Alla Corte suprema non erano bastate le prove per confermare la condanna. Ma l’ombra di quella cellula torna ad affacciarsi sull’inchiesta di Barcellona.

Il carcere e le preghiere con El Conejo
A undici anni di distanza dagli arresti, un nome impresso in bianco e nero tra le centinaia di pagine sequestrate a Fahsi è diventato il vertice della cellula jihadista che ha insanguinato la Rambla. Non prima di passare dal carcere per un’inchiesta legata all’immigrazione clandestina. È il gennaio 2012 quando Abdelbaki Es Satty viene rinchiuso a Castellon. Mentre è dentro, il futuro imam di Ripoll viene incaricato di organizzare la preghiera per i detenuti musulmani e stringe “amicizia e conoscenza” con Rachid Aglif, alias El Conejo, condannato in via definitiva a 18 anni. “Il Coniglio” non è un personaggio qualunque sullo scacchiere del jihadismo europeo. Fu infatti tra i protagonisti della riunione in un fast food di Carabanchel durante la quale venne deciso l’acquisto degli oltre 200 chili di esplosivo utilizzati per la strage di Atocha.

I viaggi a Vilvoorde, la patria dei foreign fighters
Dopo quel periodo in carcere, Es Satty era tornato a Tangeri, per poi rientrare in Spagna. Si era inabissato nel 2014 a Ripoll, 10mila abitanti ai piedi dei Pirenei. Una comunità musulmana di poco più di 500 persone, tranquille e operose. Viene scelto come imam, litiga e apre un nuovo centro di culto. Lì lontano da sguardi indiscreti inizia la sua opera di proselitismo. Viaggia spesso. A volte verso il Marocco, anche lo scorso luglio assieme ai presunti appartenenti alla cellula, altre verso il Belgio dove si chiude la ‘rotta’ più battuta del Gruppo islamico combattente marocchino. Mentre il Segretario di Stato per l’immigrazione di Bruxelles dice che quel nome è sconosciuto al Dipartimento, fonti investigative hanno rivelato a un quotidiano belga che Es Satty ha soggiornato più volte dal 2015 a Diegem e Vilvoorde, uno dei centri nevralgici dell’islamismo radicale europeo da dove sono partiti diversi foreign fighters. L’ultimo viaggio risalirebbe a pochi mesi fa.

I preparativi nel silenzio di Ripoll
Il sospetto degli inquirenti spagnoli – che hanno confermato i “contatti della cellula con altri Paesi europei” – è che in Belgio possa aver ricevuto istruzioni su come organizzare un attentato. Lo avrebbe voluto ad alto impatto emotivo, l’imam. Per questo aveva indottrinato e istruito quel gruppo di ragazzini che frequentavano la sua moschea. Si era procurato 120 bombole di gas e anche il Tatp, l’esplosivo con il quale sono stati firmati anche gli attentati di Parigi, Manchester e Bruxelles. È morto sepolto dallo scoppio accidentale dei suoi stessi ordigni prima di completare l’opera. Ma oggi Abdelbaki Es Satty, grazie ai baby-terroristi che aveva convinto a seguirlo, non è più solo il nome su un documento d’identità sequestrato al macellaio Mohamed Mrabet Fahsi né l’uomo che guidava le preghiere in carcere di Rachid Aglif. Tutti lo avevano dimenticato. E invece si stava preparando nel silenzio delle colline di Ripoll.