“La gente della notte fa lavori strani”? È quello che voleva scoprire Azzurra Barbuto, giornalista, quando mi ha chiesto di accompagnarla a piedi, in autobus, in macchina; insomma, con tutti i mezzi possibili, per le vie di Milano nella notte di metà agosto. Dal bar Basso, su per viale Jenner in autobus, poi indietro fino alla Stazione Centrale. E lì scendere e farsi un giro a piedi, giusto nel parco prospiciente. Alla canzone di Jovanotti che canta la Milano anni novanta, manca un pezzo, forse determinante: i soldati, i militari. Gente (della notte) mai vista, negli anni ottanta e novanta in giro per le strade. E poi gli spazzini sulla loro macchinetta che si avvicinano ad Azzurra e le chiedono se si sente sicura, perché “c’è quel giovane che la segue”.

Eravamo davanti alla Stazione, alle due di notte, a piedi a passeggiare. Io distanziato, “per non farmi vedere”. Ed invece l’operatore ecologico italiano ha sospettato dell’italiano, direi del milanese. Quando ho lasciato Azzurra a casa, dopo una lunga passeggiata, mezza Milano in autobus e l’altra metà a piedi, erano le tre di notte, forse più tardi. Ho acceso la radio a tutto volume e i semafori, col loro rosso intenso, mi penetravano le pupille. Era un modo per trovare una Milano emozionante, forse insicura. Di giorno ci viene raccontata la grande narrazione dell’illegalità, del pericolo, degli immigrati pericolosi.

Tutto questo è svanito in una notte milanese di agosto. Azzurra cercava quell’illegalità e quella violenza per un suo articolo. La cosa più emozionante era l’autobus che si fermava alle stazioni della Milano di notte e noi ci scambiavamo messaggi, da un capo all’altro del mezzo pubblico, ipotizzando chi potesse salire. Al capolinea, in zona Bovisa, sono sceso a parlare con l’autista del mezzo pubblico. Non era felice di guidare, di notte, in pieno agosto. Ma si fumava una sigaretta sul marciapiede, mentre dei giovani cinesi gli chiedevano quando l’autobus sarebbe ripartito. Alla radio si parla di Barcellona e terrorismo internazionale; della Finlandia, considerato il Paese più sicuro al mondo, violato nella sua certezza algida da Nord Europa.

Di tutto questo a Milano non si riesce a leggere nulla. Pare impossibile pensare di poter essere destinatari di un atto di terrorismo: come potrebbe qualcuno violare questa “gelida Milano”? Mio padre, quando ero piccolo, mi raccontava che, emigrato dal sud Italia, la prima cosa che lo colpì di Milano era la capacità di questa città di rendere tutti “più milanesi dei milanesi”. Quindi ordinati, lavoratori, un po’ bigotti, un po’ benpensanti. Oggi tutto questo sembra trasmesso ai cinesi che abbiamo incontrato in questa nottata, ai pochi arabi incontrati in viale Jenner, ai numerosi ragazzi di colore davanti alla Stazione Centrale con i loro skateboard.

Da domani mattina, al sorgere del sole, Milano tornerà a essere insicura, criminale, continuamente violata dalla criminalità. Il Tribunale si risveglierà con le sue udienze per direttissima con i giovani arrestati nella notte; torneranno le violenze e gli stalker e torneremo a credere che la vecchia Capitale morale sia diventata ormai la Capitale del male post-moderno. Chi lo sa. Forse ha ragione Jovanotti quando canta che “la notte è più bella, perché si vive meglio, per chi fino alle cinque non conosce sbadiglio”.

Intanto alla radio, anche di notte, fanno tornare la luce del giorno, con la tragedia delle Ramblas, i morti e la gente che canta “Imagine” come un mantra per scacciare la pura e rincorrere un sogno. L’augurio è che Milano non venga svegliata da questa sua meneghina glacialità che, negli anni, l’ha fatta convivere con i sudisti d’Italia ed i bergamaschi ed oggi con i cinesi, gli arabi e tutti coloro che hanno voluto “farsi milanesi”. Questa glacialità milanese sembra sicura, forse ingenua. Una Milano modello “salotto” che è rotta solamente dalla musica dell’autoradio e dal rosso pungente del semaforo che ritma una notte che pare non avere nulla a che fare con il giorno, cinico e baro.