Se diciamo Zavattini a chi s’interessa di fotografia balza alla mente Cesare Zavattini e il suo ruolo determinante nella genesi di “Un paese”, il libro del lontano 1955 che conteneva i suoi testi e le foto di Paul Strand, il fotografo americano che, dopo infruttuosi sopralluoghi qua e là per l’Italia, aveva individuato in Luzzara, in provincia di Reggio Emilia – dove proprio Cesare Zavattini era nato- un luogo “esemplare” di vita italiana, che egli guardava con occhio antropologico e spirito etnografico. Strand portava con sé le tracce di una pratica fotografica già consolidata negli Stati Uniti, a partire per esempio dalla Farm security administration degli anni ’30.

Tale fu l’impatto di “Un paese” che ancora lo stesso Cesare Zavattini, questa volta con il fotografo Gianni Berengo Gardin, ripercorse a distanza di due decenni le stesse strade, bussò alle stesse porte e nacque “Un paese vent’anni dopo”: l’operazione fu fotografare nuovamente le stesse persone, cresciute o invecchiate (quando non scomparse) rimettendole esattamente nelle stesse pose e negli stessi luoghi.

Ovviamente dire Cesare Zavattini significa molto altro: narratore, giornalista, e soprattutto genio innovatore del cinema, per il quale è stato sceneggiatore e soggettista, lavorando con i più grandi registi: Antonioni, Fellini, Germi, Lattuada, Monicelli, Petri, Risi, Rossellini, Soldati, Visconti e molti altri; con Vittorio de Sica — per dire — realizzò una ventina di film. Neorealismo, ma non solo. Se però  diciamo Zavattini in relazione alla fotografia, di qui in poi, vogliamo riferirci anche e soprattutto ad Arturo Zavattini, figlio di Cesare.

Nulla di strano che Cesare Zavattini portasse sul set dei film in lavorazione il figlio Arturo, al quale regalò la sua prima macchina fotografica nel 1949; e se due più due fa quattro, in questo caso fece cinque e oltre. Arturo iniziò a collaborare come operatore e poi direttore della fotografia a fianco di molti registi, ma quella sua macchina fotografica scattava, eccome se scattava! Risultato: sorprendenti e per lo più inedite foto del backstage, momenti privati e di relax di attori, registi, maestranze.
E poi fotografo a tutto tondo. Ernesto De Martino lo vuole con sé durante una spedizione etnografica del 1952 in Lucania. Lo stesso De Martino — guarda caso — che porterà Franco Pinna in Salento per “La terra del rimorso” (1959).

Tutto si tiene, e così Arturo Zavattini vede lavorare Paul Strand con il padre: nella mostra ci sono — chicca tra le chicche — sue foto di Paul Strand all’opera in quel di Luzzara (pochi sanno che Arturo presterà a Strand la propria camera oscura, a Roma, per stampare i negativi di ”Un paese”).

Questa riscoperta di Arturo Zavattini, dopo un esordio a Roma, approda ora sotto le volte cinquecentesche del Castello De’ Monti di Corigliano d’Otranto (Lecce), dove sarà visibile fino al 31 ottobre, la mostra “AZ — Arturo Zavattini fotografo. Viaggi e cinema, 1950-1960”, curata da Francesco Faeta e Giacomo Daniele Fragapane. Realizzata in collaborazione con l’Istituto Centrale di Demoetnoantropologia e Museo delle Civiltà di Roma, l’esposizione è proposta nell’ambito della “Festa di cinema del reale”, rassegna creata e diretta da Paolo Pisanelli.

La mostra è tutta da godere: ogni foto è una prova di quanto Arturo Zavattini fosse “avanti” nell’approccio, nella visione, nella composizione, in anni di un “neorealismo fotografico” e di un fotoamatorismo talvolta un po’ ingessati.

C’è da augurarsi che la mostra (oltre 170 foto) prosegua il suo percorso e contribuisca al giusto riconoscimento di questo autore che forse un cognome “ingombrante” ha contribuito a far restare nell’ombra e non, come spesso si crede, a far decollare.

E c’è da augurarsi, poi, un’altra cosa: che l’attenzione per gli archivi e per l’opera di autori italiani validi ma poco inclini, per indole o per età, al “marketing di se stessi”, sia maggiormente coltivata da chi ne avrebbe gli strumenti, il ruolo e — non ultimo — il dovere morale. Ma questo, per restare nell’ambito del cinema, è un altro film, forse di fantascienza.

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