Erano custoditi nelle chat di Whatsapp gli intenti più violenti di quello che il giudice del tribunale di Torino ha tratteggiato come un “black bloc delle tifoserie”. Incitava alla strage di spettatori, Giorgio Saurgnani, il promotore finanziario di fede bianconera, condannato a 2 anni e 8 mesi per aver lanciato una bomba carta nella curva Primavera dello stadio Olimpico durante il derby tra granata e Juventus del 26 aprile 2015.

Rimasero feriti 11 tifosi del Toro, ma a Saurgnani e al suo gruppo di 7 ultras non bastava. E lo si capisce dalla chat denominata Sole a Genova nella quale si scambiavano numerosi messaggi, molti dei quali vengono citati nelle motivazioni della condanna. Proprio grazie al fitto scambio, gli inquirenti, “hanno ricostruito in buona parte i loro movimenti in quella giornata e le loro intenzioni”. Dopo la guerriglia allo stadio, ecco il tenore delle loro conversazioni: “Dodici feriti è il bilancio di oggi, tutti ovviamente feriti del Toro per le schegge delle bombe carta. Bene, insomma”.

Nella loro logica di “violenza fine a sé stessa”, però, non bastava. In un’altra conversazione in chat, un amico di Saurgnani scrive: “Se ci beccavano con il Verona, la bomba dentro il bus pieno, la prendevamo”. E Saurgnani risponde: “Strage, sarebbe bello averlo come capo d’imputazione per qualche partita; troppo poca gente, tentata strage, stupendo”. Il gruppo – definito dal tribunale  “al di fuori delle tifoserie organizzate” – era pronto ad agire “per creare scompiglio”, visto che “la loro violenza non era soltanto parlata, ma anche concretamente agita”.

“Non si parla mai di sport, ma soltanto di violenza”, si legge nelle motivazioni, della quale fanno “una continua esaltazione”. Queste circostanze portano il giudice a spiegare che “Saurgnani non si limita a giocare a fare il ‘black bloc’; egli è davvero un ‘black bloc’ delle tifoserie del gioco del calcio”.