Poche notti sono state così drammatiche nella politica americana degli ultimi anni. E non solo degli ultimi anni. A chi gli domandava se ricorda un momento simile, Charles Schumer, il leader democratico del Senato, ha risposto di getto: “No”. Poi ci ha pensato un momento e ha aggiunto: “La nascita di mia figlia”. Il collasso, forse definitivo, delle speranze repubblicane di cancellare l’Obamacare lascia sul campo una serie di vittime e di protagonisti dal futuro incerto. Non c’è alcun dubbio che la sconfitta più grave e bruciante sia però quella che tocca al presidente. A Donald Trump.

Tra i protagonisti dal futuro incerto c’è John McCain. Lo è, ovviamente, per la forma grave di tumore al cervello che l’ha aggredito a ottant’anni suonati. Ma dubbi e perplessità si addensano anche sul suo destino politico. McCain, votando no allo skinny repeal, ha fatto quello che ha sempre fatto nella sua vita: il maverick, l’indipendente fuori dei giri che parla e pensa e vota con la sua testa senza lasciarsi imporre nulla. McCain sicuramente sa come gestire i colpi di scena. Fino all’ultimo ha lasciato Washington in uno stato di totale incertezza. Alcune ore prima del voto, insieme ad altri tre senatori (l’amico Lindsay Graham, Ron Johnson e Bill Cassidy) aveva detto che non avrebbe votato per questa versione ridotta di riforma sanitaria a meno di assicurazioni che la Camera avrebbe negoziato un altro testo e non approvato lo skinny repeal nella forma attuale. Paul Ryan, lo speaker della Camera, ha assicurato una nuova revisione; le sue parole sono state sufficienti per Graham, Johnson e Cassidy, ma non per McCain, che è rimasto testardamente sulle sue posizioni.

Dopo aver votato, il senatore dell’Arizona ha anche spiegato le ragioni del suo no. “Non era una vera riforma e non avrebbe aumentato la competizione, abbassato i costi per i cittadini e migliorato l’assistenza”. Probabilmente, nella scelta di McCain, ha pesato l’opinione del governatore (repubblicano) dell’Arizona, Doug Ducey, tra i più attivi nel criticare la riforma del suo partito (in Arizona, l’allargamento del Medicaid ha beneficiato vasti settori di popolazione). Alla fine, come spesso nel passato, ha vinto in John McCain la testarda convinzione che seguire la propria coscienza è meglio che seguire la disciplina di partito. I suoi saluti senza risposta ai colleghi repubblicani, dopo il voto, raccontano dell’atteggiamento del partito nei suoi confronti. La carriera politica di John McCain, accusato di aver fatto perdere un’occasione storica, è finita. E il tumore al cervello conta solo in parte.

Fino all’ultimo McCain ha lasciato in uno stato di totale incertezza

Altre protagoniste di questa storia sono indubbiamente state le senatrici Susan Collins del Maine e Lisa Murkovski dell’Alaska. Se McCain è arrivato solo all’ultimo atto del dramma, assumendone la parte principale, Collins e Murkovski fin dall’inizio hanno con costanza e coraggio avversato le scelte del loro partito. Sono due moderate, centriste. Il loro obiettivo era difendere gli americani dai tagli al Medicaid (che offre assistenza sanitaria alle fasce più deboli di popolazione) e difendere le donne dai tagli ai finanziamenti per la loro salute – che la legge repubblicana avrebbe previsto. Hanno tenuto la linea fino alla fine, incuranti delle minacce politiche e fisiche che gli arrivavano. Murkovski è stata personalmente attaccata da Trump in un tweet (cui ha risposto chiedendo di smetterla con i proclami “da campagna elettorale”, per tornare a lavorare seriamente). Lei e Collins sono state oggetto di ogni tipo di pressione. Non sono mancate le minacce sulla fine della loro carriera politica. E neanche quelle fisiche. Un deputato repubblicano, Buddy Carter, ha scritto che le due si sarebbero meritate “un calcio in culo”. Non c’è stato niente da fare. Collins e Murkovski non hanno smesso di rappresentare quei milioni di repubblicani ormai in pace con l’idea dell’Obamacare, pronti a una sua riforma ma non alla cancellazione. Le due si sono guadagnate la stima di molti, l’odio (spesso segnato dalla misoginia) di molti altri e ora anche su di loro pesa l’incerto futuro. Trump e la leadership repubblicana hanno fatto intendere che su Maine e Alaska, gli Stati di Collins e Murkovski, potrebbero abbattersi spiacevoli tagli federali.

Repubblicani mai come ora divisi, tra rivalità, sospetti, rassegnazione

Chi esce dal dramma della sanità sicuramente sconfitto è poi Mitch McConnell, il leader della maggioranza al Senato. McConnell ha tessuto per mesi una finissima tela tra Casa Bianca, Congresso, gruppi di potere economico e politico. La sua strategia era complicata ma sensata. Proporre tre voti: uno per rimpiazzare l’Obamacare con una legge firmata dai repubblicani, uno per cancellarlo tout court, uno per sostituire parti qualificanti di esso, nella speranza che alla fine i repubblicani riottosi si sarebbero ricompattati dietro la terza e più generica proposta. L’obiettivo era quindi un “minimo decente”, che avrebbe però lanciato agli americani un messaggio chiaro: che i repubblicani sono stati capaci di mandare in soffitta la riforma più detestata dell’odiato predecessore di Trump. Non è andata come previsto e sperato. La leadership di McConnell – un politico di lunghissimo corso, conservatore convinto ma capace di navigare con prudenza e realismo tra gli scogli della politica di Washington – non è bastata per far passare anche solo una revisione dell’Obamacare. Gli resta la sconfitta bruciante; un Senato che sotto la sua gestione è riuscito, nei sei mesi di presidenza Trump, a far passare pochissimo di davvero significativo; e un gruppo repubblicano mai come ora diviso, minato da rivalità, sospetti, rassegnazione. Le elezioni di midterm si avvicinano (novembre 2018) e i sondaggi dicono che più del sessanta per cento degli americani non si fida delle capacità di governo del partito di governo. Non è esattamente un quadro tranquillizzante per McConnell.

Il presidente ha legato, sin dalla campagna elettorale, la sua strategia e i suoi valori politici alla dissoluzione dell’Obamacare

C’è infine un ultimo carattere in questo dramma: il personaggio che si è tenuto lontano dall’aula del Senato ma che – in pubblico (attraverso decine di tweet) e in privato (con continue e sfiancanti telefonate) – ha cercato di influenzare il corso degli eventi. Si tratta, ovviamente, di Donald Trump. Il presidente ha legato, sin dalla campagna elettorale, la sua strategia e i suoi valori politici alla dissoluzione dell’Obamacare. Cancellare la sanità di Obama – e sostituirla con “una meravigliosa riforma”, come ha spiegato più volte – era una pedina essenziale della guerra culturale che Trump ha di nuovo scatenato in America. Distruggere il pezzo di legislazione più importante del suo predecessore era ed è la richiesta del cuore più conservatore, estremo ed arrabbiato del suo elettorato. Anche Trump ha fallito. Uomo di solito poco abituato a riconoscere le sconfitte (a memoria, non ne ha mai ammessa una), Trump ora dice che bisogna tornare alla scelta iniziale: far implodere, naturalmente e dall’interno, l’Obamacare e poi sostituirlo con qualcos’altro. Considerata la sconfitta al Senato, e considerato che in tutti i sondaggi di questi mesi la maggioranza degli americani dimostra di appoggiare l’attuale legge, Trump dovrà forse aspettare un tempo considerevole per far implodere l’Obamacare. A lui, in fondo – e l’ha ripetuto diverse volte – bastava cancellarlo. Si sarebbe trattato di un atto simbolico, ancora prima che politico. La conferma che l’America aveva digerito, sconfitto, mandato in soffitta l’eredità di Obama.

Il Russiagate non smette di alimentare sospetti e polemiche e promette di esplodere in nuove rivelazioni e inchieste

Ora, dopo la sconfitta, a Trump non resta che contemplare le rovine e gestire una fase che si fa sempre più complicata. Il Russiagate non smette di alimentare sospetti e polemiche e promette di esplodere in nuove rivelazioni e inchieste. L’amministrazione è lacerata da lotte fratricide e rivalità come mai nel passato. Jeff Sessions, il segretario alla giustizia, è in uscita, accusato da Trump di non essere stato capace di difenderlo dalle indagini sulla Russia. Sono sempre più frequenti le voci dell’abbandono di Rex Tillerson, il segretario di stato che si sente continuamente messo ai margini nelle sue scelte di politica internazionale. Sean Spicer, il suo ufficio stampa, è stato allontanato per far posto a Anthony Scaramucci, un pasdaran che concede un’intervista al New Yorker definendo Reince Priebus, il capo staff di Trump, “un fottuto schizofrenico paranoide, un paranoico”; e Steven Bannon, il capo stratega della Casa Bianca, “uno che passa il tempo a succhiarsi l’uccello”. Non male, per la persona che dovrà nei prossimi mesi gestire la comunicazione della Casa Bianca (e che minaccia, a ogni colloquio con i giornalisti, di licenziare gente del suo staff, che ritiene responsabile delle continue fughe di notizie). Al di là del linguaggio poco usuale nella politica americana (almeno quella pubblica), il vero problema, per Trump e per la Casa Bianca, è però soprattutto politico. Stanchi dei continui tweet, di prese di posizione improvvisate, di un comportamento pubblico che appare sempre meno controllabile e sempre più stravagante, ampi corpi dello Stato e della politica stanno mettendo apertamente in discussione la leadership di Trump. Non c’è infatti solo la sconfitta sulla riforma sanitaria. C’è la decisione del senatore Charles E. Grassley, repubblicano e chairman della Commissione giustizia del Senato, che ha annunciato che non terrà audizioni nel caso Trump dovesse decidere di nominare un sostituto di Jeff Sessions.

Ampi corpi dello Stato e della politica stanno mettendo apertamente in discussione la leadership di Trump

C’è un altro repubblicano, Lindsay Graham, che spiega di voler introdurre una legge che proibisca a Trump di licenziare Robert Mueller, l’uomo che ha in carica l’inchiesta sulla Russia. C’è il Senato che, 98 voti contro 2, vota le sanzioni contro la Russia che la Casa Bianca non voleva – e crea una norma che impedirà nel futuro a Trump di cancellare le sanzioni senza prima aver ottenuto il consenso del Congresso. E c’è la presa di posizione apertamente polemica del capo dell’esercito americano, il generale Joseph Dunford, che in un comunicato ai suoi uomini dice che la politica dell’esercito nei confronti delle persone transgender non cambia dopo il tweet del presidente e almeno sino a nuove, più ufficiali, comunicazioni. E’ insomma l’architettura complessiva del governo e delle istituzioni americane che appare in uno stato di forte sofferenza. Con ampi settori del governo americano ormai in aperta ribellione; con messaggi sempre meno benigni diretti alla Casa Bianca.

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