A 50 anni Maria Morais, una signora portoghese, subì un intervento che le precluse tra le altre cose il piacere sessuale, ma la Corte suprema amministrativa portoghese le abbassò di un terzo il risarcimento di 80mila euro perché “a quell’età il sesso non era considerato così importante come in età giovanile”. La Corte Europea dei Diritti dell’uomo le ha dato invece ragione, stabilendo quindi che a cinquant’anni le donne non entrano in uno stato di morte vaginale.

Il sesso in età matura suscita spesso un moto di disagio; basti pensare ad esempio a quando, da ragazzi, ci si immaginava o addirittura si percepivano rumori sospetti arrivare dalla camera dei propri genitori. Ma se per l’uomo il Viagra è ormai ampiamente sdoganato e anzi vissuto quasi come un medicinale cult, le voglie peccaminose delle signore di una certa età sono imperscrutabili quando non sconvenienti.

Donne e sesso è ancora un pacco sigillato da maneggiare con cura. Per secoli (e fino a non troppo tempo fa) la società si aspettava una figura sostanzialmente asessuata, ma anche adesso che molti freni inibitori sono stati allentati, nel momento in cui le donne danno libera mostra delle proprie voglie, possono scatenare il pubblico ludibrio. E anche la persona più insospettabile, con un curriculum da ‘progressista’, non mancherà di scagliare una freccia intrisa di salace invettiva in direzione della scostumata, rea di averla concessa troppo generosamente.

Le donne restano ancora intrappolate in uno stato ibrido, nel quale se da un lato sono sminuite e mortificate quando viste come mero apparato riproduttivo (e dunque non più sessualmente attive dopo la menopausa, come nel caso della signora portoghese), dall’altro sono disprezzate se prendono in mano il loro piacere erotico.

In una società ancora fortemente patriarcale questo non stupisce: il patriarcato è maschio, il patriarcato è potere e anche il sesso rappresenta un rapporto di forza tra i generi.

Il sesso è la pulsione più istintiva e genera nel popolino (caratterizzato da uomini e da donne) reazioni viscerali dettate sempre da stereotipi culturali. Non a caso, di fronte a quella mostruosa violenza che è lo stupro, ci sono persone che giustificano l’aggressore e colpevolizzano la vittima.

Davanti alla rottura di un’unione, a una crisi di coppia, a un tradimento, è più probabile far pendere la bilancia in favore dell’uomo. Quando un uomo tradisce è l’amante la colpevole da punire, colei che ha concupito l’incauto fedifrago, attirato in trappola dal fascino tentatore di una moderna Eva. La donna incarna due figure, da un lato l’amante/debosciata da condannare e dall’altro la moglie/dominata che nella maggioranza dei casi perdona, come nella migliore tradizione cristiana: “Con dolore partorirai i tuoi figli, sarai sotto la potestà del marito, ed egli ti dominerà”.

In un’epoca in cui il porno circola libero ed è fruito da uomini e donne, certi pregiudizi morali (la libertà sessuale solo online conta poco se non è applicata nella vita reale) sono granitici e duri a morire. Anche linguisticamente, non esiste l’equivalente dispregiativo al maschile di “puttana”.

Nel ’49 Simone de Beauvoir scriveva che “la società confonde una donna libera con una donna facile”. Quasi settant’anni dopo, il prezzo di quella libertà è ancora sul tavolo di contrattazione e ognuno, a suo modo, ne vuole prendere un pezzo.