Sono una delle venti persone che hanno fatto parte del gruppo portavoce del Genova Social Forum nel 2001. Ero la portavoce della rete femminista, avevo quarant’anni, due figli di dieci e cinque. Allora avevo la stessa età del consigliere Pd Diego Urbisaglia, che oggi è padre e parla con paterna disinvoltura di vita e di morte, senza ritegno né empatia, esternando giudizi politici che farebbero invidia, a mio parere, a esponenti di Casa Pound.

Non ho mai nascosto le mie dure critiche verso alcune pratiche testosteroniche adottate da gruppi che hanno partecipato al G8, facendo mie le parole di Audre Lorde, che scrisse: “Non possiamo smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”. Questa bussola mi ha orientata a rifiutare, partendo dalle parole per andare poi nella pratica, ogni forma di violenza, compresa quella nelle manifestazioni. Non è, per capirci, perché sono una femmina, o perché penso che le donne tout court siano più portate degli uomini alla pace. Sono convinta che se si vuole cambiare in meglio il mondo non ci sia spazio per la mimesi del peggio che ci circonda, e che quindi il fine, pur nobile, non possa giustificare i mezzi.

Il consigliere Diego Urbisaglia dice che il G8 di Genova gli ha cambiato la vita: era un ragazzino, guardava la tv, mentre oggi invece è padre e spronerebbe suo figlio a prendere meglio la mira, da vero educatore alla civiltà del farwest. Anche a me il G8 da cambiato la vita. Nella mia città d’origine, prima della morte di un ragazzo di 23 anni ucciso da un suo coetaneo in divisa, avevo sognato che quella torrida estate potesse diventare una eredità di energia, proposte e visioni. Un mese prima di quel luglio, dal 15 al 17 giugno, oltre mille donne si riunirono a ragionare di come la globalizzazione neoliberista ci stesse cambiando la vita: PuntoG-Genova, genere, globalizzazione fu un appuntamento profetico e gioioso che anticipò i ricchi tre giorni del Social forum di luglio, che fino al 19 videro le più belle menti mondiali discutere di come fermare ingiustizie e pericoli per l’umanità e l’ambiente.

Ma quello sparo, il 20 luglio, fermò tutto: innanzi tutto la vita di Carlo Giuliani, poi fu la volta della mattanza alla Diaz e gli abusi della caserma di Bolzaneto. Quel sangue arrestò la possibilità di narrare e tramandare quanto di vitale avevamo vissuto, a giugno e a luglio. Ne proverò a parlare il prossimo 14 e 15 settembre a Lectorinfabula, perché a distanza di 16 anni ancora è intatta l’emozione di quei mesi, che non sono riassumibili in un solo evento luttuoso.

Per questo, oltre che efferate, sono inaudite le esternazioni di Urbisaglia, a maggior ragione perché dimostrano la sua profonda ignoranza. Se è vero che la sua generazione è stata segnata dalla sub cultura lobotomizzante del berlusconismo è inammissibile che un (sedicente) attivista di un partito democratico (che inoltre ricopre incarichi pubblici) si permetta frasi degne di un hater.

Empatia, cultura, riflessione, preparazione dovrebbero essere aspetti ineludibili del bagaglio di chi, a sinistra, fa politica. Anche la consapevolezza di quando tacere, aggiungo. Conosco la madre di Carlo Giuliani, Haidi Gaggio, e suo padre, Giuliano Giuliani. Queste due persone, alle quali quello sparo ha devastato la vita, non hanno mai avuto parole di odio verso l’uomo che ha ucciso loro figlio, né hanno alimentato la creazione del mito del martire per Carlo.

Questa compostezza e saldezza nel chiedere giustizia, e non vendetta, è la lezione umana e politica che evidentemente Diego Urbisaglia, oggi non più ragazzino, ma padre e politico, non arriva a comprendere.