Mi spiace apprendere che Tiziano Renzi abbia subito un nuovo intervento al cuore e che sia rimasto talmente scosso dall’inchiesta Consip da spingerlo a confidare al figlio Matteo di essere “pronto a fare una pazzia”, cioè togliersi la vita. Tanti auguri di buona guarigione. Ma il figlio Matteo la notizia poteva evitare di renderla pubblica. A me l’ipocrisia dei piagnistei, la ricerca della commiserazione altrui, mi infastidisce. Nascondersi dietro la salute di un padre non è propriamente un gesto da statista, da leader.

 

Conosco Tiziano Renzi ormai da quasi dieci anni, seppure i nostri rapporti siano sempre stati esclusivamente professionali: io faccio il giornalista, lui il padre di Matteo Renzi. E il problema è tutto qui: lui è solamente il genitore di un politico rampante e arrampicante. L’interesse nei confronti di Tiziano da parte della stampa è limitato esclusivamente al suo rapporto parentale con il boy scout di Rignano. Punto. Così come l’interesse di molti imprenditori: lo hanno avvicinato non per sue qualità ma per usarlo come tramite nel tentativo di arrivare al figliolo diventato potente. Del resto se per 66 anni di vita hai vissuto tra un fallimento e un altro, tra società nate e morte anche in pochi mesi e, nonostante un impegno costante nella politica locale, non sei riuscito a superare i confini del Valdarno, magari capisci che l’improvvisa notorietà non deriva da meriti tuoi. E invece, il signor Tiziano, non ha capito. O forse ha capito troppo bene.

Stando a quanto emerge dalle carte dell’inchiesta Consip, Renzi senior si è dato un gran da fare in giro per l’Italia sfruttando proprio la parentela con il figlio, gli amici del figlio, il ruolo del figlio. Tanto che a leggere le risultanze investigative della procura di Napoli, il più attivo a brigare con l’imprenditore Romeo è proprio Carlo Russo, giovane amico di Tiziano. Non che lui sia da meno. Si dà un gran da fare. E infatti si ritrova indagato per traffico di influenze dalla procura di Roma. Sicuramente avrà modo di dimostrare la sua estraneità dai fatti, come già avvenuto a Genova dove era indagato per bancarotta fraudolenta ed è stato archiviato. Nel frattempo, invece di lasciarsi strumentalizzare dal figlio, potrebbe arrabbiarsi per gli errori commessi. Uno, in particolare: non aver deciso di abbandonare tutto e ritirarsi nell’orticello quando Matteo è diventato segretario del Pd nel dicembre 2013. E invece s’è messo a brigare, giocando al faccendiere. Di provincia.

Credo che un buon padre debba fare di tutto per non ostacolare il figlio. Per sostenerlo, assecondarlo nelle sue scelte, anche se non le ritiene corrette. Soprattutto quando l’erede ti supera palesemente: tu fermo da una vita a Rignano, lui a Washington con Obama. Lascialo fare.

Certo, se dovessimo prendere per buono il quadro che emerge dalle pagine dell’inchiesta, sei tu che inguai tuo figlio, tanto che Matteo è costretto persino a telefonarti per invitarti a non mentire ai pm. Sì: parto dal presupposto che ciò che dite sia la verità. Ma se volete essere ritenuti credibili allora inizia dal suggerire a Matteo di non nascondersi meschinamente dietro la tua salute, di non usarla per fuggire dal confronto, di rispondere nel merito e non buttarla in caciara. Insomma: digli di fare l’uomo. Non il quaraquaqua, come direbbe Leonardo Sciascia.

Smettetela poi di aggrapparvi al capitano Scafarto e ai presunti errori delle indagini. Perché è un film già visto e rivisto. Si vuol far passare per colpevole chi scopre il reato e non chi lo commette. Davvero volete vendervi come vittime, giocando sulla commiserazione e la pena altrui, invece di difendervi? Matteo Renzi è segretario del Partito Democratico, è stato presidente del Consiglio e aspira a rioccupare quella poltrona. I vostri amici sono ancora al governo e nelle società pubbliche, gestiscono i soldi del Paese. Tu sei indagato, insieme ad altri tuoi amici e frequentatori, eppure i magistrati si sono limitati a interrogarti. Non lamentatevi.

C’è un mio collega, Marco Lillo, che per aver fatto il suo mestiere ha subito delle pesanti perquisizioni ovunque, dall’ufficio alla macchina. Hanno perquisito pure il padre di 96 anni. E a casa Lillo nessuno è indagato. Eppure non ha fiatato. Non ha frignato. Non ha gridato al complotto. Né ha cercato di essere commiserato per il coinvolgimento del padre, decisamente anziano e non certo in ottima salute. Per carità lui è soltanto un giornalista, non certo uno degli uomini più potenti del Paese. Ma le qualità di un uomo si misurano dai suoi gesti. Non dalle sue parole. Come i reati: sono ipotizzati sulla base di azioni commesse e non su referti medici. Buona guarigione Tiziano e accetta il consiglio: butta il cellulare e coltiva l’orto.