Sto consultando il recente Rapporto annuale della Oecd (in italiano Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), Government at a Glance 2107, appena uscito. Mi interessa il capitolo sulla Gestione dei Rischi e Comunicazione, poiché mi sono convinto da tempo che bisogna affrontare questi problemi integrando le conoscenze disciplinari, pur necessarie e indispensabili. Ne parlerò un’altra volta, però, perché altri dati mi hanno incuriosito.

Molto spesso ho inteso che in Italia ci sono troppi dipendenti pubblici, che il pubblico impiego non fa che crescere, che la proliferazione dei pubblici dipendenti è legata al decentramento prodotto da una balzana idea di federalismo. Alla Oecd aderiscono 33 paesi che si definiscono democratici e applicano l’economia di mercato. Il rapporto 2017 mostra che:

1. Non è vero che il pubblico impiego sia preponderante in Italia. Anzi, siamo al di sotto della media Oecd, con circa il 14% di pubblici dipendenti sul totale degli occupati, contro una media del 18%. Un po’ meno degli Stati Uniti e del Regno Unito e poco più dell’Olanda.

2. In Italia il numero dei pubblici dipendenti decresce costantemente dal 2007, mentre cresce mediamente in quasi tutti i paesi Oecd, compresi Stati Uniti, Germania, Spagna e Francia.
3. La percentuale dello staff pubblico impiegata dall’amministrazione centrale in Italia supera il 50%, uno dei valori più alti; è, invece, il 20% negli Stati Uniti e poco più del 10 in Germania.

Insomma, tutto il contrario.

Ma c’è un dato sorprendente: la paga dei burocrati. Qui gli italiani sono al top, dietro alla sola Australia. Sia in termini assoluti, sia relativi rispetto al Pil. Ho cercato allora di capire chi abbia innescato il progressivo ingrasso della burocrazia estrema.

Fino a trent’anni fa, i pubblici dipendenti, dal manovale al presidente della Repubblica erano scaglionati con una scala da 100 a 1000. Per esempio, l’ambasciatore a Parigi o un vecchio professore come me valevano 825 e il direttore generale di un ministero 750. E avevano salari proporzionali, con qualche aggiustamento geografico. Poi c’è stato il vento del mercato. E chi ha contribuito più di tutti a creare questa voragine, brandendo la spada del merito? I governi D’Alema e Amato, quelli che più di ogni altro hanno fatto e disfatto per farci entrare a pieno titolo nell’economia di mercato. E quanti si sono opposti, allora, alla buona novella? O hanno almeno espresso un dissenso percepibile?

Adesso, i docenti dell’università italiana, che nelle classifiche salariali sono ormai agli ultimi posti, si stanno dibattendo nell’estrema difesa della loro dignità che, viste le premesse, non ha grandi possibilità di successo: siamo asserragliati a Fort Alamo, non nella fortezza Riegersburg. I professori possono però consolarsi con una tra le migliori produttività scientifiche, sempre secondo le statistiche dell’Oecd, nonostante le condizioni in cui sono costretti a operare. Al contrario, la strapagata governance burocratica, che regna da tempo anche sugli atenei, è del tutto innocente di fronte al declino del paese, sempre più al fondo di ogni classifica virtuosa?

Cari colleghi, in fondo non sono che statistiche d’ordine. Quelle dove, secondo J.C. Stamp, «le cifre vengono in prima istanza redatte dal guardiano del villaggio, che tira fuori ciò che diavolo gli pare e piace». Parole pesanti, se si tiene conto che Sir Josiah Charles Stamp non era un luddista né l’eremita di una montagna caucasica, ma il direttore della Banca d’Inghilterra e presidente della Royal Statistical Society. E, invero, qualcuno ha scritto che «la burocrazia è lo Stato immaginario accanto allo Stato reale, è lo spiritualismo dello Stato».

Non resta perciò che consolarci con Trilussa.

Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perch’è c’è un antro che ne magna due.