Impegnati a chiacchierare di politica, spettacolo, economia e immigrazione abbiamo lasciato che uno degli anniversari più importanti per la cultura italiana passasse letteralmente in sordina. È appena trascorso mezzo millennio infatti da quando Ludovico Ariosto pubblicò la prima versione del suo Orlando furioso, il poema cavalleresco che della guerra tra cristiani e musulmani ne fece un’epopea. Mentre dunque eravamo indaffarati a celebrare ben altre cose, ci ha pensato la 43esima edizione del Festival della Valle d’Itria a riallacciare i fili con la tradizione, la storia, riportando in scena l’Orlando furioso di Vivaldi, spettacolo già assente dai palcoscenici d’opera italiani da più di trentacinque anni.

Anche il compianto Ronconi si era cimentato, sempre negli anni Settanta dello scorso secolo, nella messinscena, questa volta all’aperto e per la Rai, dell’Orlando furioso vivaldiano, un’occasione unica per rivivere le arie del Prete Rosso nella splendida cornice milanese di Piazza Duomo. Uno spettacolo nuovissimo quello che andrà in scena nel corso della nuova edizione del festival di Martina Franca, in programma, come ogni anno, dal 14 luglio al 4 agosto 2017: uno spettacolo realizzato in coproduzione col Teatro La Fenice di Venezia e che verrà affidato alla regia del giovane Fabio Ceresa, classe 81 e già vincitore agli Opera awards di Londra quale migliore regista emergente dell’anno. Evento non di poco conto dunque quello dell’Orlando furioso vivaldiano al Festival della Valle d’Itria, specie considerando l’estrema attualità del tema centrale del capolavoro di Ariosto, in un’epoca, la nostra, in cui riaffiorano prepotenti e violente le dinamiche di incontro-scontro tra civiltà tanto vicine quanto, paradossalmente, lontane, in un’escalation di eventi catastrofici che mietono vittime e lacerano intere culture.

Un anniversario importantissimo dunque, non l’unico però: il Festival della Valle d’Itria non si accontenta, e quest’anno decide di celebrare anche i 450 anni dalla nascita di uno degli imprescindibili geni musicali di tutti i tempi, Claudio Monteverdi. Lo fa riportando in vita, nella cornice del chiostro di San Domenico di Martina Franca, il suo Ottavo libro dei madrigali, quelli “guerrieri et amorosi” pubblicati nel 1638 e contenenti non solo il sublime Lamento della Ninfa, ma anche quel Ballo delle Ingrate che, su testo del grande Ottavio Rinuccini, fu rappresentato a Mantova in occasione delle feste di nozze di Francesco Gonzaga e Margherita di Savoia. E siccome l’oramai storico festival pugliese non difetta certo in termini di continuità temporale, ecco che il suo direttore artistico, Alberto Triola, e il direttore musicale, Fabio Luisi, presentano al proprio pubblico un’opera che nel 1820, dal palco della Scala di Milano, determinò il primo, enorme successo di un giovane operista tedesco, quel buon esito che ne decise la consacrazione internazionale: l’opera, una rara perla di bellezza belcantistica, è la Margherita d’Anjou, e lui è Giacomo Meyerbeer.

Tanti altri poi gli eventi in programma per la nuova edizione del festival di Martina Franca, in una kermesse che prevede anche la presenza di un’opera buffa: Le donne vendicate di Niccolò Piccinni, una perla di quella scuola pugliese-napoletana che nel contesto del Festival della Valle d’Itria trova il suo spazio più naturale. Non solo Piccinni però potrà dar prova, in questo contesto, di ilarità e allegria: non mancherà infatti un vero e proprio cast di giovani artisti per il capolavoro comico pucciniano, quel Gianni Schicchi che, nel contesto di questa nuova edizione del festival di Martina Franca, torna alla ribalta in una vitale e gioiosa versione cameristica. Un cartellone pieno, importante quello del nuovo Festival della Valle d’Itria, che non potrebbe dirsi adeguatamente concluso senza il Concerto del Belcanto affidato a Diego Fasolis e a I Barocchisti, momento nel quale la più superba vena melodica italiana farà da vero contraltare al Concerto sinfonico, altra, ennesima tappa del programma di questa 43esima edizione che, insieme al Concerto per lo spirito, ci invita senz’altro a non mancare.