L’inchiesta sulla Consip si arricchisce di un nuovo indagato. Stamattina, infatti, i pm della procura di Roma hanno interrogato il presidente Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua Firenze e amico di vecchia data di Matteo Renzi. Secondo l’agenzia Ansa, il dirigente è stato sentito nella veste di indagato in una delle due costole d’indagine legate alla fuga di notizie nell’inchiesta sulla centrale acquisti della pubblica amministrazione.

Riserbo assoluto sull’esito dell’atto istruttorio, ma il tema dell’interrogatorio ha riguardato comunque la violazione di notizie coperte da segreto. Sono due, infatti, i fascicoli aperti dalla procura di Roma sulla vicenda: uno è legato alle informazioni arrivate ai vertici dell’ente in merito alle indagini e alle intercettazioni di cui erano oggetto da parte dei carabinieri del Noe e della procura di Napoli; l’altro fa riferimento agli atti istruttori coperti da segreto di cui, a indagini ancora in corso, sono venuti a conoscenza organi di stampa.

Il primo troncone è quello che ha portato ad indagare sul ministro Luca Lotti, sul comandante dei carabinieri della Legione Toscana, Emanuele Saltalamacchia e sul  comandante generale dell’Arma, Tullio Del Sette. A tirarli in ballo è l’ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, che nelle sue dichiarazioni fa il nome anche il numero uno di Publiacqua Firenze.  “Anche Vannoni una prima volta subito prima dell’estate del 2016 e una seconda volta una ventina di giorni fa mi ha detto e ribadito che avevo il telefono sotto controllo; il Vannoni non mi ha detto da chi lo aveva appreso”, ha messo a verbale il 20 dicembre del 2016 Marroni.

Un passaggio che era stato contestato al presidente di Publiacqua quando quest’ultimo era stato sentito come persona informata dei fatti dai pm di Napoli. “Ricordo di aver detto a Marroni che aveva il telefono sotto controllo, ma in questo momento non sono in grado di dire chi e in che termini mi abbia dato questa informazione; sicuramente, prima di parlare con il Marroni e dirgli che aveva il telefono sotto controllo, il Lotti mi ha sicuramente detto che c’era una indagine su Consip”. A quel punto i magistrati gli ricordano che come testimone ha l’obbligo di dire la verità e lui aggiunge: “Facendo mente locale vi dico che effettivamente fu Lotti a dirmi che c’era una indagine su Consip. Ricordo che il presidente Renzi mi diceva solo di ‘stare attento’ a Consip”.

E in attesa di capire se in che modo può cambiare le carte in tavola l’interrogatorio di Vannoni, sempre oggi la procura di Roma ha restituito il telefono cellulare alla giornalista Federica Sciarelli. I pm hanno impiegato otto giorni per analizzare i dati contenuti nel telefono della conduttrice di Chi l’ha visto, che è indagata per violazione del segreto d’ufficio in concorso con il pm di Napoli, Herny John Woodcock

Secondo l’ipotesi formulata dagli investigatori, infatti, Sciarelli sarebbe stata il tramite per fare arrivare informazioni top secret da Woodcock al giornalista Marco Lillo del Fatto Quotidiano, autore di una serie di scoop sul caso Consip: dall’esistenza stessa dell’indagine – svelata il 21 dicembre del 2016 – al coinvolgimento di Lotti, Saltalamacchia, Del Sette e Tiziano Renzi. Durante l’interrogatorio al quale è stata sottoposta il 30 giugno scorso, però, Sciarelli ha negato ogni addebbito. Anche Lillo ha escluso qualsiasi responsabilità della giornalista – e del pm Woodcock – riguardo agli scoop pubblicati sull’inchiesta Consip. “Se il procuratore Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Mario Palazzi, volessero sentire la mia versione sono pronto a testimoniare oggi stesso. La verità è che Federica Sciarelli non ha messo in contatto il magistrato Henry John Woodccok con Marco Lillo per scrivere di Consip. La tesi dell’accusa è fondata, da quel che si legge, su un tabulato telefonico del mio cellulare. Ebbene, non c’è grigio in questo caso ma solo bianco o nero: Woodcock e Sciarelli sono innocenti e la Procura si è sbagliata”, ha scritto sul fattoquotidiano.it il giornalista. Che proprio oggi è stato raggiunto a sua volta da un ordine di perquisizione di casa, computer e cellulari emanato dalla procura di Napoli con l’ipotesi di rivelazione del segreto d’ufficio. Questa volta, però, la violazione sarebbe avvenuta attraverso la pubblicazione del libro Di Padre in Figlio.