Rivelazione del segreto d’ufficio avvenuta attraverso la pubblicazione del libro Di Padre in Figlio. Con questa ipotesi di reato la Procura di Napoli ha disposto la perquisizione di casa, computer e cellulari del giornalista de Il Fatto Quotidiano Marco Lillo, alla ricerca di tracce informatiche sull’origine dei suoi scoop sull’inchiesta Consip. Perquisizioni anche per l’art director del Fatto Fabio Corsi (che ha firmato la copertina del libro) e nelle abitazioni del cronista.

Ed in particolare i file pdf e word di atti di polizia giudiziaria, ma anche messaggi whatsapp, telegram e dei comuni programmi utilizzati per comunicare attraverso gli smartphone per ricostruire il lavoro del nostro giornalista. Uomini del Nucleo Tributario della Guardia di Finanza di Napoli stanno eseguendo in queste ore la perquisizione a Roma, Lillo si trovava altrove, in vacanza. Si indaga al momento contro ignoti, e in particolare contro “un pubblico ufficiale al momento non identificato che, avvalendosi illegittimamente di notizie non comunicabili in quanto coperte dal segreto investigativo, riferibili ad atti depositati presso l’Autorità Giudiziaria di Napoli, le abbia indebitamente propalate all’esterno”.

Lillo non è indagato. Nel decreto di cinque pagine, firmato dal procuratore aggiunto Alfonso D’Avino e dal pm Graziella Arlomede, si spiega che l’inchiesta per la presunta violazione del segreto d’ufficio è nata sulla base di una denuncia-querela degli avvocati di Alfredo Romeo, l’immobiliarista napoletano al centro del caso Consip.

“Non lo abbiamo denunciato, ma ci siamo rivolti alla procura chiedendo di verificare se all’origine delle notizie contenute nel libro Di Padre in Figlio vi possano essere dei reati”, ha spiegato in tarda mattinata l’avvocato Giovanbattista Vignola, legale dell’imprenditore. “La nostra segnalazione, successiva alla pubblicazione del libro, partiva da un ragionamento: la difesa di Romeo intendeva presentare una querela per diffamazione per il contenuto del libro, ma questa sarebbe stata cestinata in base all’esimente del diritto di cronaca – ha aggiunto – Tuttavia se all’origine della pubblicazione vi fossero stati dei reati, ciò avrebbe potuto legittimare la nostra querela”.

Secondo l’ipotesi accusatoria di Napoli, nel lavorare al libro uscito in edicola il 18 maggio scorso Lillo avrebbe attinto a notizie contenute dell’informativa del Noe del 9 gennaio 2017, dall’informativa del febbraio successivo, e di atti di indagine relativi all’inchiesta della Procura di Napoli su Romeo, precedenti e successivi, tra cui la conversazione telefonica tra Matteo Renzi e il padre Tiziano. La Finanza sta cercando questi atti, e le tracce informatiche che potrebbero documentare in che modo e tramite quale fonti Lillo se li è procurati.