Dopo le corsie per mesi semivuote della Brebemi, un altro duro colpo si abbatte sulla grandeur autostradale lombarda. La procura di Milano ha infatti chiesto il fallimento di Pedemontana, società controllata attraverso Serravalle dalla Regione e partecipata tra gli altri da Intesa e Ubi, che è responsabile della costruzione e della gestione dell’omonima arteria. L’autostrada secondo i progetti originari dovrebbe collegare la provincia di Varese a quella di Bergamo passando a nord di Milano. Ma dopo anni non si è nemmeno a metà dell’opera. E ora, se il tribunale accoglierà la richiesta dei magistrati, il rischio è che i lavori non finiscano proprio più.

Non ci sono le condizioni per garantire le continuità aziendale, hanno infatti messo nero su bianco i pm Roberto Pellicano, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, che sulla società hanno aperto nei mesi scorsi un’indagine per falso in bilancio. Tra i problemi ci sono quelli già evidenziati l’anno scorso da Antonio Di Pietro, l’uomo fortissimamente voluto dal governatore Roberto Maroni per risollevare le sorti della Pedemontana, di cui è stato presidente fino allo scorso aprile. Stime di traffico completamente sballate, un piano economico finanziario che non sta in piedi e i prestiti delle banche da rinegoziare. Tanto che l’ex pm di Mani Pulite lo scorso ottobre in audizione al Pirellone era arrivato a dire che “al momento l’autonomia finanziaria è garantita fino a gennaio del 2018”.

La richiesta di fallimento si basa ora su diversi aspetti, tra cui i debiti: i 150 milioni verso la società controllante Serravalle, più i 200 verso Intesa, Ubi e le altre banche del pool finanziatore. Ci sono poi alcune poste messe in attivo di bilancio, che i pm contestano perché sarebbero sovrastimate, e i contenziosi in atto con l’appaltatore austriaco Strabag. In sostanza, secondo la procura, la società va fatta fallire perché più si va avanti più le cose andranno male, con la conseguenza che a metterci una pezza saranno i contribuenti, visto che il tentativo di realizzare l’opera soprattutto grazie ai fondi privati del project financing non è andato a buon fine.

Alle valutazioni dei pm ribatte l’attuale presidente di Pedemontana Federico Maurizio d’Andrea: “Non esiste alcuna situazione, né dichiarazione di insolvenza, che pur sarebbe necessaria a motivare la richiesta di fallimento”. Nel sostenere che “la società, ancora oggi, ha una dotazione di liquidità adeguata a far fronte ai propri impegni”, d’Andrea critica la procura per avere utilizzato per le proprie analisi una perizia sul bilancio del 2015: “Successivamente un nuovo consiglio di amministrazione della società, presieduto da Di Pietro, ha provveduto ad approvare il bilancio 2016, anch’esso redatto in continuità aziendale”.

Sulla volontà di portare a termine l’opera ereditata dal passato non ha mai avuto dubbi Maroni, che tra i motivi per una ricandidatura alla presidenza della Regione mette il desiderio “di vederla finita e inaugurarla”. Le opposizioni sono invece state sempre critiche, in particolare il M5S che per voce del consigliere regionale Gianmarco Corbetta fa notare come “da tempo immemore chiediamo di studiare una exit strategy a fronte di un project financing sballato che è stato sonoramente bocciato dal mercato. Si prenda finalmente atto che non esistono alternative allo stop di Pedemontana e si punti finalmente sul potenziamento del trasporto pubblico e della rete stradale ordinaria esistente”. Analoghe le preoccupazioni del Pd: “Pedemontana avrebbe dovuto sostenersi esclusivamente con fondi privati e con la finanza di progetto – dice il capogruppo al Pirellone Enrico Brambilla – ma rischia di essere un’ulteriore idrovora di soldi pubblici”.

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